Una brutta battuta di ignoranza attiva. Esistono ancora gli ‘intellettuali’?

La parabola galoppante del Movimento 5 Stelle è stata macchiata ieri da un fatto deludente e preoccupante – e non parlo qui dell’incarico non concesso a Bersani, in coerenza con il loro programma, virtù non comune in Italia. Parlo della dichiarazione riportata dagli stessi “cittadini eletti”, dopo l’incontro con l’ambasciatore degli Stati Uniti, David Thorne, e cioè: “Abbiamo sottolineato che nel nostro Movimento non ci sono intellettuali e quando loro hanno fatto il nome di Dario Fo abbiamo fatto notare che non è un intellettuale perché ha scritto ‘Mistero buffo’ dove ironizza contro gli intellettuali”.

Quanti errori è possibile ammassare in un’unica frase? Tanti, e questa ne è un bell’esempio.

Ma cominciamo dalla natura stessa dell’incontro. Gli Stati Uniti mantengono tutt’ora una posizione piuttosto neo-coloniale riguardo all’Italia, che vedono come il paese sconfitto nel 1945, perciò debitore morale e materiale, e sul quale sanno di poter contare con una perenne e sdolcinata soggezione, anche dopo gli schiaffi del Cermis e l’uccisione impunita di Calipari. Si può capire che al M5S –  che una stampa becera cerca in tutti i modi di avvicinare ai neo-nazisti come Casa Pound, Alba Dorata o al partito dei Le Pen, con cui non condividevano finora praticamente niente, (basta confrontare la loro fisiognomica con quella dei militanti dell’estrema destra) può ben convenire mostrare agli italiani che vantano amici di ben altro calibro, e l’ambasciatore Thorne, parente di John Kerry e uomo di fiducia di Obama, può figurare come un presentabilissimo asso nella manica, da far invidia agli altri partiti. C’è da ricordare a questo proposito che in Sicilia i politici, spinti proprio dal M5S, si stanno scontrando con gli interessi militari statunitensi, per cancellare il miliardario progetto dei “Muos” a Niscemi, il sistema di telecomunicazioni satellitari della marina, le cui radiazioni nuocerebbero gravemente alla salute della popolazione locale. Tutto ciò non è stato minimamente sfiorato in un incontro tutto sorrisi e pacche sulle spalle. In questo modo, presentando il Movimento “in modalità 1.0”, nelle loro stesse parole, (e cioè spiegando in modo “antico”, asettico e non problematico il loro “differenziale” modernizzante), hanno fatto il ruolo sottomesso degli scolari che presentano al preside, o allo scienziato invitato apposta per l’occasione, i loro modellini alla Fiera della Scienza della scuola media.

La performance puerile però non è quello che mi ha più scioccato. Quello si può attribuire all’inesperienza, alla voglia naturale di piacere al vecchio mito dei loro genitori (e anche loro, chissà). Ma il disprezzo per gli intellettuali, così, genericamente, anche per quelli che hanno dedicato la vita all’arduo compito di capire e di rendere comprensibile la complessità del reale, è qualcosa di inaccettabile. Si chiama “ignoranza attiva”, è la fierezza palesata dell’essere ignorante, il “sono ottuso e ne vado fiero” degli energumeni in cui ogni tanto, nel bar, nella fila della posta, nel treno stipato, ci imbattiamo per caso.

Forse confondono i veri intellettuali ( e, cari grillini, se Dario Fo non è uno di loro, non so proprio chi potrebbe esserlo. Fo, intellettualissimo, è quello che custodisce la storia letteraria e teatrale dell’Europa dentro la propria testa, e se si diverte a prendere in giro i falsi intellettuali è perché è ben legittimato, come massimo intellettuale, a farlo) con i vecchi tromboni che – godendo dell’etichetta immeritata di “intellettuale” – pontificano a destra e a manca per assicurarsi la loro “distinzione” dal resto della società, il loro distacco, e così giustificare e conservare i loro privilegi. Tanti dei nostri rettori universitari, editorialisti di giornali e critici di arte e di letteratura si ritrovano in questa patetica categoria. Ma attenzione. Insieme a questi ci sono, molto più numerosi, quelli veri, quelli che anonimamente hanno passato l’esistenza a leggere, a imparare, a riflettere, a discutere, a ricercare, perché è questo il senso della loro vita. A nessuno di questi sono stati concessi privilegi di alcuna sorta, né premi, né rispetto (e di nuovo, ieri, nelle parole dei rappresentanti del  M5S, questo rispetto è mancato), e a volte nemmeno quel minimo necessario alla loro sopravvivenza. Il loro sapere li ha resi dei paria sociali, e più mostravano di conoscere, e di intuire il dietro le quinte di ogni cosa, più sconvenienti diventavano, e quindi allontanati dalla vita normale e rigettati ai suoi margini. Non è un caso che Gramsci, uno dei maggiori intellettuali del Novecento europeo, abbia scritto che l’intellettuale è l’unico eroe possibile del ceto medio.

Il mio ultimo romanzo, “L’offuscamento”, ancora inedito, tratta proprio di questo argomento, il nuovo oscurantismo, la diffidenza incondizionata verso quelli che hanno raccolto negli anni un tesoro di conoscenze e di sapere, sapere vero, non la retorica narcisistica del sapere, che vediamo ogni tanto tra gli invitati di Gad Lerner o in certe conferenze accademiche, frutto dello scambio di favori della “casta” universitaria.

Il vero intellettuale è il grande alleato, indispensabile, di chi abbia voglia di cambiamento e di riscatto. Perché la sua “expertise” è proprio quella di distinguere, di vedere con chiarezza le differenze, di misurare la validità e la giustizia di ogni azione in base a certi principii innegoziabili. Di capire gli illusionismi, la manipolazione dell’informazione e la controinformazione, di vedere al di là della pubblicità e della propaganda nella concretezza del reale, di capire i simboli, i segni emanati dalla gente, i movimenti dell’inconscio collettivo, la comparsa ripetuta di fenomeni simili nella storia e i gli esiti probabili della loro ricomparsa nel tempo presente.

Avere intellettuali di questo spessore è un lusso per qualsiasi paese. Alla fine della 2° Guerra gli Stati Uniti, il cui potere tanto impressiona i “cittadini”, hanno fatto incetta di intellettuali europei nelle loro università, pagandoli molto bene, non solo in dollari, ma anche in rispettabilità, rilevanza sociale, ammirazione. I gadget dell’Università di Princeton non riproducono soltanto lo stemma dell’istituzione, ma anche il ritratto degli intellettuali stranieri che hanno insegnato nel loro campus. E lo stesso orgoglio lo ritroviamo nei sentiti e frequenti omaggi a Berkeley, a Harvard, a Stanford o a Yale.

L’intelletto potente e lucido è donatore di vita. Nello spirito di ciascuno di loro è custodito il futuro. Per loro, non ci dovrebbero essere limiti né al rispetto né alla gratitudine. Avete sentito bene, cari grillini? Non cominciate deridendo il sapere, perché così finirete – ahinoi, povera Italia – tristemente affratellati  a quell’Alba Dorata, a quella Casa Pound e al classico anti-intellettualismo dei Le Pen, padre e figlia, che tanto ci tenete a respingere.

Julio Monteiro Martins

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