Carta stampata, la crisi è nella qualità

La crisi economico-finanziaria mondiale ha influito in qualche modo sulla diffusione della carta stampata in Italia? Diciamoci la verità: il momento di congiuntura ha il suo peso, ma non è l’unica causa. Il giornalismo va rilanciato nella qualità, non solo nella “comunicazione”.
La seconda giornata del Festival internazionale del giornalismo, cospicua di incontri e dibattiti con al centro la questione informazione di qualità e/o quantità, si arricchisce dello scambio “amichevole” e ironico degli “elefanti del quinto potere”. Alla tavola rotonda “Il futuro dei giornali di carta” intervengono Alessandro Brignone, direttore della Federazione italiana editori di giornali, Lorenzo Del Boca, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Ruben Razzante, della Fondazione Ugo Bordoni, Stephan Russ-Mohl, direttore European journalism observatory, e Dante Ciliani, presidente dell’Ordine dei giornalisti Umbria.
Inutile nascondersi dietro un dito, l’urgenza imperativa che il giornalismo italiano riconosce ma stenta a focalizzare è il valore aggiunto dell’informazione integrale, indagata e onesta.
Se da un lato la società dei profitti, con le sue regole di economicità, e i mezzi di massa, con la capacità di infiltrarsi in tutte le case degli italiani, hanno prodotto e favorito l’immediatezza e la gratuità delle fonti, dall’altro, la carta stampata non ha avuto la prontezza di adeguarsi all’evoluzione del pubblico di riferimento, e dovendo rincorrere le logiche di utilità per la sopravvivenza, ha dovuto piegarsi allo sterminio dell’immunità da un certo tipo di “notizia” (o gossip?).
Quelle che un tempo erano le note a pie’ di lista degli appunti di viaggio degli inviati, le curiosità frivole sui protagonisti delle vicende, oggi diventano i titoli dei pezzi.
Cosa è accaduto al giornalismo? Si continua a fare informazione o ci si intrattiene nell’inchiostro delle rotative in attesa che la notizia giunga tramite un comunicato stampa, o una rassegna Ansa?
Gli attempati relatori tirano in ballo cifre e statistiche e così si scopre (ma non era certo mistero) che in Italia solo sei milioni di persone leggono i quotidiani, mentre in Giappone si viaggia sui trentadue!
Colpa di internet? L’intuizione geniale sta nel saper cogliere le potenzialità degli strumenti e anticipare gli andamenti del mercato: l’età media dei fruitori dei mezzi di comunicazione tradizionali è straordinariamente alta, questo vuol dire che i giovani seguono tendenze diverse, si affidano alla rete, un po’ informale ed estremamente interattiva. Colpisce come in Italia, negli ultimi sei mesi, l’alfabetizzazione informatica sia arrivata tramite Facebook.
La carta stampata, come molti dei media tradizionali, ancora si crogiola nell’autoreferenzialità..
Del Boca stesso lancia la provocazione: è la qualità del giornalismo che deve migliorare, e per migliorare occorre investire sulle risorse umane, ma diventa improbabile se gli editori stessi investono molto poco! Brignone gli fa eco ricordando che il problema sostanziale, nel nostro paese, è che le persone non sono abituate a leggere; siamo (tristemente?) un popolo mediterraneo, occupiamo il “tempo libero” alla tv, in vacanza, o informandoci sugli aspetti “creativi” delle notizie (chiacchiericcio). Il dato sugli abbonamenti la dice lunga: 9% quotidiani, 20% riviste.
Come uscire dalla crisi economica che è soprattutto crisi di fiducia del popolo italiano?
Una soluzione potrebbe essere l’adeguamento alla modernità, ma anche una educazione ai media. Dove, meglio che nelle scuole, si può favorire sensibilizzazione?
Il cerchio si chiude.

Marilena Rodi

http://magazine.festivaldelgiornalismo.com/?p=849

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