Giornalismo d’approfondimento, il caso Terra!

«Io non voglio raccontare la verità, voglio solo offrire gli strumenti con cui la gente possa costruire la propria idea». Così, Sandro Provvisionato, giornalista professionista dal 1979, curatore con Toni Capuozzo del settimanale televisivo Terra!, spiega la valutazione, mai casuale, nella costruzione di un reportage.
Nella terza giornata del Festival internazionale del giornalismo si è discusso di “spedizioni”, inchieste e approfondimenti giornalistici, scelte editoriali e prodotti di nicchia.
Terra! nasce nel 2001, da un progetto di Carlo Rossella – prima del trasferimento a Panorama – poi affidato, anche se solo temporaneamente, a Lamberto Sposini; infine consegnato alla cura dei due giornalisti, attualmente curatori del programma: «Sposini se ne interessò molto marginalmente e alla fine restammo io e Toni», commenta Provvisionato. La redazione del programma è composta da sole undici persone e ogni puntata costa cinquantamila euro: «L’inchiesta è dispendiosa e l’azienda per cui lavoro è una televisione commerciale, non ha la tendenza a sperperare le risorse, ma dal momento che la trasmissione funziona, vive», continua.
Il nome Terra!, con il punto esclamativo, spiega, si ispira all’esclamazione di Cristoforo Colombo alla scoperta del nuovo mondo; il programma di approfondimento mette al centro le storie di attualità e cerca di andarne a fondo.
Ma come si costruisce un’inchiesta “tendenzialmente” vera, o meglio, funzionale a quello che è l’obiettivo dell’informazione giornalistica?
Il settimanale pone molta attenzione alla memoria storica, al valore dei fatti accaduti, ai fenomeni “secolari”; Provvisionato sottolinea quanto sia necessario un approccio umile agli argomenti e alle situazioni; quanto sia essenziale rinsaldare i rapporti con i collaboratori locali dei paesi in cui si voglia sviluppare il reportage e quanta attenzione occorre porre nella relazione con gli ascoltatori: «Generalmente, su dieci storie, due o tre, arrivano dal suggerimento del pubblico», e incalza: «Le pieghe della storia mettono in luce profili di personaggi particolari […] la gente è soddisfatta di un prodotto non fazioso, credibile e autorevole».
Il pubblico in sala scalpita e molteplici sono le domande relative alla logistica di reportage, tempi di realizzazione, sentimenti che caratterizzano momenti particolarmente emozionanti, scelta dei collaboratori e delle fonti, valutazioni opportune sulle riprese e sulla successiva messa in onda.. «Quando devo optare per la trasmissione di immagini particolarmente crudeli mi pongo una regola: “Questa immagine aggiunge qualcosa a quello che ho già raccontato?” Se la risposta è no, preferisco tagliare».
Molta cura va dedicata al montaggio: il contenuto, dice, senza un’adeguata cornice, spesso non funziona. Ma chi sceglie le musiche? Solitamente il giornalista che ha realizzato il servizio oppure l’operatore col quale si è consolidato il feeling.
Una volta selezionato l’argomento del reportage, lo staff si dedica alla ricerca bibliografica; la storia, tuttavia, nasce in loco, con il contributo della comunità locale. È indispensabile vivere l’approccio alla vicenda con spirito curioso e mai pregiudiziale.

Marilena Rodi

http://magazine.festivaldelgiornalismo.com/?p=852

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