Italo, il re degli enotri, insediò l’Italia a Trebisacce

Si nascondono nella Piana di Sibari le stirpi arcaiche del popolo italico.

il coscile propone i risultati degli ultimi scavi in un libro di archeologia

“Trebis-saxa” (“roccia”, fortificazione di Trebis) o “Trebis-axis” (“tavola”, tavoliere), o “Trapezàkion”, dal greco “tràpeza” (il castrum del periodo bizantino)?
L’etimologia del toponimo Trebisacce si presta a svariate chiavi di lettura, poiché molto dipende dalla lente con la quale si decide di osservarla e dal tipo di interpretazione che si vuole attribuire alle ricerche archeologiche eseguite dai ricercatori e dagli studiosi che si sono alternati nella documentazione del territorio.
La casa editrice il coscile propone un percorso esplorativo-conoscitivo tracciato da Tullio Masneri nel libro Archeologia di Trebisacce (pp. 288, € 13,00), pubblicazione di interesse storico-antropologico e archeologico che pone in risalto le osservazioni e gli scavi nell’area di Trebisacce, forse insediamento di una tribù bruzia, i “Bruttaces” in epoca romana, o insediamento protostorico a Broglio di Trebisacce (1700-700 a.C.) prima della fondazione di Sibari.

Testimonianza millenaria
Masneri, negli ultimi anni Novanta a cavallo con i primi del Duemila, torna a fare oggetto di studio i luoghi che raccontano le vicende dei primi popoli insediatisi nella Sibaritide, location agiata, tra mare e monti, popolata dagli enotri, preferita dai conquistatori greci e ambita dai romani.
Da alcuni rinvenimenti archeologici si ipotizza che Italo, dominatore e precursore dell’idioma italico, abbia posto domicilio in terra calabrese, stabilendo villaggi su alture a diretto contatto visivo l’uno con l’altro per favorire il controllo e la stabilità delle comunità, tendendo ad esercitare un’azione di pacificazione e di costruzione solida, che solo la venuta dei greci ha intaccato nel profondo.
L’autore, infatti, a proposito degli enotri, narra la prospettiva socio-economica che questo popolo è stato capace di offrire alla Piana di Sibari ed alle colline che le fanno da corona, valorizzandone l’eccezionale fioritura dovuta alla feracità della terra, produttiva ed aperta ai contatti con gli stranieri, prima i micenei e poi i fenici, consolidando una posizione culminante per civiltà e benessere.
Virgilio, nell’Eneide, scriveva: «C’è un luogo – i Greci lo chiamano Esperia – / terra antica, potente per armi e di fertile zolla; / gli Enotri la popolarono; ora è fama che i loro nipoti / abbian detto Italia quel popolo, dal nome del capo».
Interessante diviene dunque, il percorso proposto dall’autore alla scoperta di nuovi e avvincenti indizi autentici e alla riscoperta di quelli esistenti, permettendo, in questo modo, un parallelo fra le notizie in essere e le acquisizioni a seguito delle ultime indagini archeologiche. Emerge difatti, ancora, il dubbio che nei sotterranei dell’edificio delle scuole elementari di Trebisacce dove, nel 1948 fu scoperta una tomba greca del periodo successivo alla distruzione di Sibari, possa nascondersi qualche traccia del passato.
Curioso e intrigante è il passaggio nelle antiche civiltà: che tipo di scambi commerciali proponevano i pionieri dei mercati calabresi? Da cosa deriva la leggenda della produzione della migliore pece bruzia? Quali i segnali peculiari di una civiltà volta alla cultura femminile? E quale l’espressione artistica dei popoli alle prese con la produzione di cimeli?
Masneri propone e argomenta altresì alcuni interventi antropici sul territorio di Trebisacce e della Sibaritide, menzionando la tecnica delle anfore capovolte sotto il manto stradale, utilizzata per il drenaggio delle acque e non molto distante dall’attuale strada statale 106, antica litoranea romana, come ad esempio, in contrada Chiusa a breve distanza dal mare.
In questa contrada, nelle operazioni di scavo realizzate tra il 1986 e il 1987, sono stati individuati due edifici di pianta e dimensioni simili destinati probabilmente allo stoccaggio di anfore commerciali e riconducibili alla presenza romana in Calabria e che hanno permesso di ricostruire la storia di Trebisacce nel periodo compreso tra I e II secolo d.C.

Prospettiva futura
L’archeologia del territorio, tuttavia, può definirsi giovane perché le notizie e le novità si rincorrono annualmente e, per dirla con l’autore, «in siffatto contesto […] si cerca di tirare le somme di una ricerca che ha avuto l’ardire di mettere insieme una serie di elementi molto diversi che provengono dalla tradizione o sono emersi dagli strati del passato, con la prospettiva che le novità di oggi potranno essere smentite anche entro breve tempo, se le ricerche continueranno e verranno tentate altre strade, oltre a quelle già note».
Il linguaggio è fluido nonostante le abbondanti citazioni latine, argomentate correntemente. Lo stile è cronachistico e la narrazione è arricchita di fonti documentali non irrilevanti. Viene proposta la carta archeologica di Trebisacce con l’indicazione dei siti entro i confini comunali.
Un libro che non si legge certamente tutto d’un fiato per via delle copiose nozioni da ricordare e tenere a mente, ma che alla fine della lettura offre un quadro abbastanza completo e divertente, per certi aspetti, delle origini del territorio trebisaccese (e dell’Alto Ionio) e che incuriosisce non solo gli indigeni calabresi.

©Marilena Rodi
(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 8, aprile 2008)

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