L’attualità di Aldo Moro negli scritti giornalistici

«Senza verità e giustizia, la nostra democrazia, è come se poggiasse sulle sabbie mobili».
Si apre con una citazione di Aldo Moro, ispirata a libertà, verità e onesta intellettuale, la presentazione del libro di Antonello Di Mario, L’attualità di Aldo Moro negli scritti giornalistici (1937-1978), Prefazione di Nicola Mancino, Introduzione di Agnese Moro, edito da Tullio Piranti (pp. 170, € 12,00), in programma nella prima giornata del Festival internazionale del giornalismo.
La pubblicistica di Aldo Moro, da Azione Fucina a Studium, a Ricerca, a La Rassegna, Pensiero e Vita, a Il Giorno, alla “scrittura perseguitata” delle lettere dei cinquantacinque giorni di prigionia, al centro della tavola rotonda, alla quale partecipano l’autore, Emanuele Bordello, presidente della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), Agnese Moro, figlia dello statista, Enzo Quaratino, capo della redazione delle Cronache Italiane dell’Agenzia Ansa a Roma, e Ferdinando Treggiari, professore associato di Storia del diritto medievale e moderno all’Università di Perugia.
Aldo Moro, un grande uomo politico così come un educatore di spessore, un filosofo ispirato e un buon padre di famiglia: docente universitario, parlamentare, costituente, ministro, capo del governo, segretario e presidente del consiglio nazionale Dc, non fece mai mancare le sue lezioni all’università: i giovani erano la sua linfa vitale, il termine di confronto e un modo per non invecchiare nelle idee, la salvezza dall’abitudine e dalla sclerosi.
Moro, ancora nel 1977, dimorava nella visione ottimistica della società italiana, aveva fiducia nel popolo e nell’energia che esso potesse trasmettere, era il suo interlocutore – perché prestava attenzione a tutti – e credeva fermamente nella democrazia sociale. Si adoperò nel tentativo di mettere insieme democristiani e comunisti e, probabilmente, il massimo sacrificio sconta questa chimerica visione di responsabilità civica e morale. Spontanea emerge la riflessione sulla classe dirigente di allora, come sull’attuale: quella incapacità di ascoltare davvero le esigenze della gente e l’arroganza di porsi in posizione di dominanza.
Il libro ripercorre le tappe fulcrali della pubblicistica del grande statista vibrando sulle note umane del cristiano alla ricerca costante della verità e della sobrietà, imperativo ancora attuale per i giornalisti: «l’eroismo dell’azione non è rilevante se non è preparato dalla conquista delle idee».
Agnese Moro, terzogenita del presidente, chiedendo di ricordare gli uomini della scorta di via Fani, gli unici che non hanno voluto lasciarlo solo, ricorda che suo padre «tutte le mattina, alle 7.30 usciva per andare a “prendere la comunione”»; un aspetto di umanità che accompagna Aldo Moro, un uomo “normale” e di grande cultura, che aveva scelto la libertà ideologica, «la maturità di giudizio e la chiarezza di obiettivi».
L’enigma e i segreti che velano l’intera vicenda del “Caso Moro” non sono caduti nemmeno in occasione del trentennale dalla morte, nel 2008. I testamenti dello statista sono stati resi noti solo nel 1990, dodici anni dopo, e il trasferimento all’Archivio di stato, dopo deviazione delle carte, ha permesso la trasparenza di alcuni documenti.. alcuni, appunto. Sull’archivio privato di Moro, depositato in via Savoia 66, resta ancora il mistero. Ma di sicuro la vicenda non si chiude con i cinquantacinque giorni: la “scrittura perseguitata” (le lettere) sono emblema della libertà interiore, dell’intelligenza e della straordinaria lucidità dell’“ostaggio secolare”, che nonostante la prigionia non ha mai smesso di inviare messaggi di consacrazione ideologica. Cosa accadeva agli “uomini di stato” in quel periodo? Papa Paolo VI, Papa Montini, fu l’unico a esporsi per la salvezza di una vita umana? La questione di stato era più forte della liberazione di Moro? Interrogativi che restano congelati all’ultimo segmento degli anni Settanta e che potrebbero essere sciolti solo dopo rilettura per interpretazione di quelle lettere.
L’autore riprende Maritain quando ricorda il Moro alla vigilia del Fascismo, l’epoca della clandestinità delle idee e la necessità di uscire dal silenzio: ragione di stato e ragione personale, l’uomo delle istituzioni è superiore alle istituzioni ed esempio di libertà.
Di Mario riflette sulla crisi contingente e guarda al futuro con slancio positivo, possibilista: l’intervallo congiunturale nel quale il Belpaese è caduto nuovamente non può che stimolare un miglioramento. La storia si ripete..

Marilena Rodi

http://magazine.festivaldelgiornalismo.com/?p=482

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