Passaggio a Oriente: “dimensione” di una realtà

La lentezza di un viaggio nell’anima umana raccontata da Tabula Fati:
la biforcazione davanti
a un bivio, la strada suggerita da un imprevisto

Fine anni Trenta. Il protagonista della vicenda, Vittorino, è poco più che adolescente alla vigilia della Seconda guerra mondiale e un evento infelice caratterizza alcune scelte di vita, dirottandolo in una dimensione quasi surreale. Tale è la dimensione nella quale viene catapultato il lettore, che, lentamente, scivola nella lettura del libro Istanbul bound, di Carlo Bordoni, Presentazione di Teodor Józef Korzeniowski (Tabula Fati, pp. 188, € 10,00), non riuscendo più a staccarsene, catturato dallo stile con il quale l’autore descrive ambienti, personaggi, sentimenti ed episodi, tra sogno e desiderio di un viaggio inaugurato e mai compiuto.

Avventura e seduzione lungo la Via della Seta

Una fotografia diventa la spinta motivazionale del giovane protagonista, l’aspirazione a effettuare la traversata a Oriente; quei luoghi bramati nelle sue fantasie, seppur temuti, che con lo scandire dei giorni assumono contorni fiabeschi e sospirati, il cui alone di misteriosità viene arricchito dai racconti dell’anziano amico di famiglia, Giuseppe, anch’egli vittima segreta dell’arcano fascino dell’Est.

Istanbul, coi suoi lezzi penetranti e pregnanti, il popolo e i colori, i costumi e lo stile di vita, ha già catturato i suoi prigionieri: i membri dell’equipaggio dell’Antonio Serra, battente bandiera italiana, ognuno per cause dissimili e accomunati dalla passione per il mare. Quella forte attrazione in quel rapporto di odio-amore che li vede imprecare a bordo, durante le tempeste, la solitudine e il silenzio e li tiene ostaggio in una “relazione d’amorosi sensi”, perché non più capaci di restare sulla terra ferma, quando lo sguardo si perde nel vuoto e si dimentica la capacità di comunicare col mondo.

Personaggi a caccia di sogni

Ogni personaggio vive grazie al racconto dell’autore, che talvolta pare fondersi col protagonista nella guarnita e meticolosa performance narrativa; il lettore avverte l’onirica proiezione nello scenario delineato, che sembra svelare alcuni meccanismi del periodo storico di riferimento.

Giugno 1939. Il viaggio ha inizio al porto di Marina di Carrara con l’incontro che segnerà il bivio nella giovane vita di Vittorino e prosegue con le vicissitudini dell’equipaggio nella lenta e lunga traversata del Mediterraneo. È durante gli anni di vita a bordo, che ognuno degli uomini “arruolati” ha sperimentato la condivisione di spazi e doveri, momenti di isolamento e riflessione, sogni abbandonati nel cassetto e chimere ossessive da inseguire.

Una di queste vittime è il capitano Ferdinando Beltramino, il quale, dopo decenni di attraversamenti nelle medesime acque, vive ancora la speranza di trovare la “sua” Ferdinandea, “l’isola-che-non-c’è”, la spiaggia di desideri e fantasie, ricca di tesori nascosti, ma soprattutto invisibile perché inesistente sulle mappe. Ne è convinto a tal punto da ricordare con maniacale precisione i luoghi di emersione dai quali deriverebbero i monili, custoditi gelosamente, che mostra a Vittorino. Il giovane diciottenne senza esperienza di imbarco, mozzo per esigenza, è catturato dalle stranezze di Beltramino, peraltro confermate dai compagni di viaggio, ma non si sente mai realmente appartenere all’equipaggio a pieno titolo. Lo svela adagio, l’autore, pigramente, quasi a non voler rivelare un finale che lascia senza fiato il lettore.

©Marilena Rodi
(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 11, luglio 2008)

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