Quando la vita si aggira nella “provincia” umana e i batticuori implodenti conducono alla rinuncia

L’incapacità di reagire all’esistenza e l’accettazione silente:
nella raccolta di Besa editrice, un volo pindarico nell’inquietudine sociale

Un inconsueto spaccato di vita quotidiana “media”, una carrellata di esistenze “aggiunte” alla vita, il canto nostalgico della memoria levatosi da una voce fuori campo, quella di Monica Dini, autrice toscana alla sua seconda prova editoriale. Leggerezze (Besa editrice, pp. 128, € 13,00), Prefazione di Julio Monteiro Martins, in ventuno racconti brevi narra il malessere del vivere provinciale, la banalità di quel male che induce alla frustrazione, all’odio e all’incapacità di reagire, lasciando come paralizzati i protagonisti delle vicende. Questi ultimi sono tormentati dalla normalità quotidiana che “riempie” le loro vite e ne condisce il modus pensandi; sono uomini e donne angosciati, coppie sospese nel tempo e nei luoghi, generazioni che si interfacciano come estranei quasi sfuggendosi, donne sull’orlo di una maturità rinnegata e, in certi casi, ripudiata.

La sostenibile leggerezza dell’animo
Il titolo, quasi ironico, decreta una prova di identificazione del mondo interiore dell’essere umano, spesso al collaudo di vite insignificanti: è lieve, infatti, il tocco che l’autrice “impone” al fil rouge che lega una vicenda umana all’altra. «La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell’antichità», scriveva Cicerone nel De Oratore; un susseguirsi di eventi che firmano il canovaccio di una rappresentazione, quasi teatrale, dell’esistenza; un’impronta mai scavata nella quotidianità di soggetti che paiono trascinarsi nel tempo; personaggi comuni in situazioni limite, abbastanza vicini al punto di rottura, ma mai in grado di oltrepassarlo. «Il problema fondamentale non è se esista una vita dopo la morte, ma se esista prima» (così Giovanni Badino ne Un color bruno, citato nella pagina inaugurale da Monica Dini) e ancora: «Ci vuole tutta una vita per imparare a vivere, e, ciò che forse ti stupirà di più, ci vuole tutta una vita per imparare a morire…», tratto da La brevità della vita di Seneca.

È lo sguardo tagliente sulla Toscana afflitta, ornata di boscaioli e casalinghe depresse, gente raminga e anziani in attesa di espiare l’ultima colpa: tutti fuoriclasse di banale umanità, che con la loro intramontabile convinzione di esseri perdenti – in fondo al cuore stesso dell’esistere – rappresentano una variante sguaiata e sottomessa della dignità.
Il volo pindarico dei desideri latenti dei protagonisti sfiora la tollerabilità di quegli usi e costumi di una società che rincorre l’evoluzione, ma resta incastrata nel bigottismo più sommesso: è l’incapacità di accettare la diversità e di svecchiare se stessi, l’immobilità di quel torpore che li avvolge.

Volti “noti” di personaggi quotidiani
Si susseguono quieti i personaggi dei racconti: l’uno alle prese con una danza improduttivamente sensuale, dinnanzi alla moglie omosessuale e all’amante, a sua volta moglie di un altro uomo “perdente”; l’altra, cinquantenne, nell’altalena svilente dell’età avanzata che si confronta con la maturità femminile di una piccola donna; l’altra ancora, perseguitata da insistenti fantasie erotiche con un barbone.
Donne prigioniere di vite coniugali monotone: una, vittima di un noto tradimento e dell’idea che «gli amori duraturi sono quelli impossibili, che il tempo ne ha paura, non li tocca»; un’altra che, per uno strano meccanismo socio-psicologico, tollera gli abusi del marito nella convinzione di non possedere alcun valore; ancora una donna che, nell’evasione disperata da un marito assente e infedele, incontra l’alter ego di un’anziana signora che, passando a miglior vita, l’abbandona nella totale solitudine.
Donne in bilico, con lo sguardo perso nel sogno di una notte, l’ennesimo, forse un incubo, nel quale vorrebbero riscattarsi dalla perdita di una persona cara.
Donne vinte dalla vigliaccheria perbenistica tipica del genitore: nonostante lo scetticismo religioso accettano che i loro figli assumano i sacramenti, poi crescendo potranno scegliere.
Donne di fronte alla scelta secolare tra amore per la famiglia e desiderio di realizzazione.

L’“eleganza” della rassegnazione

Il velo inconfondibile di accettazione si avverte alla fine, ripassando mentalmente gli episodi che pare di aver condiviso con gli attori della scena, al momento di assaporarne la consistenza: «Al di là di quello che so… C’è sempre quello che non so e mi consolo…», come recita l’apertura del capitolo La veglia.
Un’avvincente staffetta di cuori infranti, di sensibilità rese apatiche; un’affilata penna che imprime sulla carta i batticuori implodenti dell’uomo.

©Marilena Rodi
(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 22, giugno 2009)

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