Umbria, la leggenda del fuoco di Gualdo Tadino

«Dalla piana di Gualdo vollero tutti andarsene, perché il castello era difficilmente difendibile.
Edificare a ridosso del monastero di San Benedetto era veramente cosa ingenua».
Francesco Giubilei, in Bastola. La signora del fuoco (Società editoriale Arpanet, pp. 80, € 3,50) racconta le memorie storiche di questa cittadina, vittima per due volte di incendi: il primo nel 996 ad opera di Ottone III (quando era Tadinum), la seconda, nel 1237. Ed è proprio con questa vicenda che l’autore, ricostruendone gli eventi, ci coinvolge nella leggenda.
Gualdo Tadino, anticamente Gualdum (dal latino ‘selva’), un insediamento oggi di circa 16 mila abitanti, fu dichiarato ‘città’ da Papa Gregorio XVI nel 1833, modificando il precedente nome Gualdo di Nocera. Persino Dante, nel Paradiso cita: «Intra Tupino, e l’acqua che discende / del colle eletto dal Beato Ubaldo, / fertile costa d’alto monte pende, / onde Perugia sente freddo e caldo da Porta Sole; / e dietro per greve giogo Nocera con Gualdo».
Annessa nel 1469 agli stati della Chiesa e poi come commissariato apostolico negli anni tra il 1587 e il 1798, è famosa oggi per le sue acque (sorgenti Rocchetta).
L’incendio del 1237 fu di dimensioni memorabili, il paese fu raso al suolo e, secondo quanto narrato dagli storici, solo Cartagine, ebbe sorte peggiore.
Leggenda o meno, l’autore precisa che quanto approfondito sull’argomento merita d’esser raccontato.

Una figura misteriosa, una donna che somiglia per certi versi al piacente profilo femminile di De André, vive in un castello, orfana dall’età di 15 anni, il cui nome era la Bastola. O meglio: questo era il nome col quale tutti la conoscevano.
L’alone di mistero che circonda la donna è fattore scatenante delle fantasie popolari che la credono una strega, una ruba-mariti. E si sa: quando serpeggia tra i popolani il timore d’una entità oscura che punta all’accaparramento delle attenzioni maschili, l’invidia e la rivalità diventano i ciechi sentimenti dell’opinione pubblica.
La Bastola, il cui vero nome però, era Bartola, poco si interessava alla vita cittadina, chiusa com’era nella sua solitudine. Qualcuno, tuttavia, giunge ad allietare le sue giornate, un cavaliere che stabilirà la sua dimora al fianco della donna.
Sono lieti gli anni che seguono, anche la nascita di una bimba. Fino al momento in cui la cattiveria umana dilaga.
Avvincente è poi la descrizione dell’abbandono, della sofferenza femminile e della vendetta.
L’autore, con un linguaggio moderno, narra il mito del fuoco di Gualdo Tadino e uno spaccato di storia che non tarda a rasentare la leggenda metropolitana, ma che lascia aperto lo spiraglio del dubbio: accadde davvero quella notte?

©Marilena Rodi
(Tra gli scaffali di Periodico italiano)

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