Ormai le tangenti fanno molta parte del marketing. E allora parliamone.

Giusto 18 anni fa, a Milano, arrestavano per una tangente da cinque milioni di lire (2.500 euro attuali) il “mariuolo” Mario Chiesa, responsabile del Pio Albergo Trivulzio (ospedale e ricovero per anziani), inaugurando il ciclo denominato “mani pulite”. Sotto il Chiesa, il PIo Albero Trivulzio (istituzione con cui ho avuto personalmente a che fare durante tutti questi anni) funzionava meglio di una clinica svizzera. Sotto la successiva “onesta” dirigenza, è diventato un triste “classico” ospedale italico e i costi sono aumentati (e non diminuiti).
I giornali strillano e si chiedono: “Ma allora le tangenti continuano?”. La gente invece non si chiede niente, perché sa già la risposta. Ma le piccole tangenti, le modeste illegalità, i favori all’amico dell’amico, oltre a non poter essere stroncati per evidenti “difficoltà tecniche”, non sono il vero problema, come il Pio Albergo Trivulzio sta lì a dimostrare in tutta evidenza. Il problema è il funzionamento della spesa pubblica: e non funziona. Perché?

Perché il vero problema sono le “tangenti legali”: costi (enormi) ammessi dalla legge, ma non dall’etica né dalla logica né dall’economia né dalla buona amministrazione.

Il primo è il finanziamento dei partiti, dopo che un referendum l’aveva escluso. Oltre ad essere un costo, uccide la democrazia, dato che nessun “onesto” può ragionevolmente pensare di fondare un nuovo partito, sapendo che dovrà confrontarsi con concorrenti pieni zeppi di soldi.

Seguono a ruota le categorie, come i deputati e i senatori, che si auto-fissano lo stipendio. Il costo totale degli stipendi non è poi una gran cifra, ma il fatto genera costi ingentissimi: con tale esempio sotto gli occhi, gli immigrati che capottano auto e spaccano vetrine e si auto-fissano il divertimento sono quelli che si integrano perfettamente. I non-integrati sono gli “stupidi” che, non avendo capito, lavorano e formano una famiglia onesta.

Poi ci sono gli “appalti regolari”: per essere regolari, devono sottostare a decine di enti di consulenza valutazione e controllo, dove
si piazzano a prendere stipendi e consulenze i famosi amici degli amici, che costano e non controllano nulla, perché danno pareri, ma non sono loro i responsabili. Poi chi perde la gara ricorre a 4 o 5 livelli di tribunali, dando lavoro a giudici e soprattutto a periti vari, che discutono sempre di aspetti formali e mai di aspetti sostanziali. Non sono tangenti queste? Per non citare il costo sociale costituito dai tempi che si allungano.

Poi c’è il costo dei controllori che costano ma che non lavorano: mi riferisco ai magistrati, perché è contrario a qualunque vocabolario chiamare “lavoro” un’attività (anche se avallata dalla Costituzione) in cui l’operatore non ha alcuna responsabilità e non paga mai, dico mai, per i suoi eventuali errori. Ci sono state persone assolte definitivamente per mancanza di indizi dopo 20 anni di processi: ma scherziamo? Non è purissima mafia questa? E nessuno interviene? Vogliamo invece contare le promozioni ottenute da quel disgraziato che ha messo in carcere, a suo tempo, quel disgraziato (ma per altri motivi) di Enzo
Tortora?

Il vero lavoro della magistratura non è, come solo i babbei pensano (ma ce n’é tanti in giro…), quello di punire i colpevoli: la vendetta non porta utilità ad alcuno. Lo scopo della funzione giustizia è, attraverso l’evidenza delle conseguenze negative, di dissuadere i birbanti dal commettere reati. I reati aumentano? Allora tutti a casa, anche i “magistrati per bene”, perché hanno fallito. E per dissuadere i prossimi dal fare altrettanto, non bisogna mandarli a casa in auto blu, ma…

[Copyright 2010 Luciano Biondo, Milano.
http://www.aidea.it | Riprodotto per concessione dell’autore]

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