Uno su mille ce la fa..

A tempo perso (si fa per dire) svolgo un ruolo che da bambina sognavo di intraprendere come professione: la docente. Ogni avventura didattica diventa un’avventura di vita e mi ritrovo, così, a scoprire l’evoluzione delle giovani generazioni.

Solo fino a un anno fa i discenti pendevano dalle labbra degli insegnanti perchè li ritenevano fonte di sapere, di conoscenza e di cultura (di qual tipo si voglia); oggi mi rendo conto che questi giovani sono diversi. Hanno più armi per attaccare e per difendersi, sono sicuri di sè e non perdono occasione per farti notare che potresti rischiare di essere antiquato.

Come Aldo Moro (perdonatemi l’eccesso) mi sento particolarmente grata ai giovani (non che io stessa sia una anziana, ma di sicuro sono cresciuta con parametri differenti) per tenere sveglia un’intelligenza che altrimenti rischierebbe di decantare. Questi ragazzi ti guardano con occhio severo e sanno – bene peraltro – che sei in qualche modo – anche tu – prodotto di scambio. Ti appuntano perplessità, avanzano chiarimenti su aspetti che nel loro mondo non contemplano, contestano punti di vista ai quali loro non si sono ancora affacciati, (s)parlano di te nelle pause criticando costruttivamente il tuo modo di trasferire nozioni ed esperienze, di fare il docente, in buona sostanza. Loro sono liberi di farlo. E questo è l’aspetto fondamentale.

Loro si sentono (e lo sono) liberi di dire/pensare di te quello che vogliono.

Non li invidio. Ho la mia libertà, l’avverto. La differenza tra me e loro è una: epoca. Dirò una cosa scontata? Non sono alla ricerca della scoperta del secolo, ma stimolante è il confronto che si crea (a viso aperto) con loro. Ti metti in gioco, li stuzzichi e loro sputano veleno. Mostrano quello che sono, alla fine: giovani in attesa di considerazione. Hanno bisogno di conquistare il loro palcoscenico e noi adulti abbiamo l’opportunità di concederlo. Perchè no? Sembrano leoncini pronti a sbranarti quando ti affrontano frontalmente. Poi basta guardarli negli occhi e degnarli di quell’attenzione di cui loro sono a caccia.. e riesci anche a spiegare quei punti di vista che non appartengono ancora al loro mondo.

Non facciamoli crescere troppo in fretta. Del resto: il tempo è l’intervallo più lungo (e prezioso) che ci si possa concedere. Godiamocelo. Faccio il tifo per la lentezza (forse perchè nella mia vita quotidiana non ne è rimasta, se non pretenderla nella vita privata).

I giovani hanno ancora voglia di essere seguiti, incoraggiati, stimolati, apprezzati e riconosciuti. Alcuni lo manifestano apertamente, altri devi andare a stanarli tu dalle tane. E accade che un docente si ritrovi a dover “discutere” con un discente, se ne ha voglia. Io per indole offro una possibilità a tutti, in maniera democratica, di esprimere se stessi. Cerco di non farmi influenzare dai loro modi dettati da simpatie/mode (un adulto differisce proprio per questo, no?) e tento di andare oltre in ogni occasione, superando le asperità eventuali create nel loro mondo immaginario. Quanta immaginazione hanno.. e quanto danno per scontato!

Figli della superficialità? O figli della troppa velocità nelle relazioni?

Che ne sanno loro delle conquiste ottenute dopo tempi di investimenti personali? Economici e privati, ovvio.

Che ne sanno loro che c’è sempre la sorpresa dietro l’angolo?

Che ne sanno che non devono vedere il mondo secondo i loro parametri?

Se uno dei miei giovani, stamani avesse affrontato un colloquio di lavoro serio sarebbe stato fatto accomodare alla porta.. (e discutiamo pure delle polemiche in tv tra i maestri della scuola di Amici di Canale 5 e i talenti-allievi: palese il divario di educazione alla disciplina tra le due generazioni).

Il fuoco divampa, ma lascia terra bruciata dietro di sè. Lo sanno questo i giovani? Che senso ha conquistare la gloria in un anno per poi veder tramontare il sogno poco dopo? Di meteore ne abbiamo gli archivi pieni.

Ma.. era un sogno nel cassetto (vero) o solo voglia di monetizzare rapidamente per sentirsi un po’ più considerati?

E da chi?

Quanto è delicato fare il docente. E oggi, ripercorrendo il mio destino, sono serena e contenta di poter trasferire esperienze e non nozioni sterili da accademia..

E ai miei allievi (ma non solo) dedico questo articolo di Corriere.it.

©Marilena Rodi

***

Da Walt Disney a Darwin e Spielberg:
50 successi nati dopo un fallimento

Walt Disney aveva da poco cominciato a lavorare come disegnatore di fumetti per un giornale, quando il direttore lo convocò nel suo ufficio per licenziarlo. A suo dire, il creatore di Topolino e di «Alice nel paese delle meraviglie» dimostrava «mancanza di idee e di immaginazione». Ma anche Soichiro Honda, il fondatore dell’omonima casa giapponese di moto, è stato un talento incompreso. Fece un colloquio alla Toyota per un posto da ingegnere e fu scartato. Così, rimasto disoccupato, cominciò a costruire motorini nel garage di casa sua e poi si mise in proprio. E oggi i suoi “motorini” sono quotati in tutte le Borse mondiali. Charles Darwin, poi, non trovava comprensione neppure in famiglia. Lo scienziato che avrebbe svelato la teoria dell’evoluzione era considerato un fannullone che sognava a occhi aperti. «Mio padre e tutti i miei compagni mi consideravano un ragazzo molto semplice, con un’intelligenza piuttosto al di sotto della media» ricorda lo scienziato in uno dei suoi scritti.

Oggi nessuno metterebbe in dubbio il talento di queste persone, ma un tempo non è stato così. Loro, però, non si sono persi d’animo. E proprio perché la loro tenacia sia da esempio, soprattutto agli studenti, il sito Onlinecollege che riunisce dieci università che offrono corsi di laurea on line, ha pubblicato le storie di cinquanta persone al top, che all’inizio si videro chiudere in faccia più di una porta. Tra questi Henry Ford, il fondatore della casa automobilistica, che vide fallire cinque società prima di fondare quella giusta. E poi Stephen King, che proponendo il suo primo libro «Carrie», ricevette trenta volte un «no» dalle case editrici. Distrutto, gettò il libro in un cassonetto. Sua moglie lo ripescò e lo incoraggiò a riprovarci. E oggi King non ha bisogno di presentazioni. L’invito del sito è di «Ricordarsi di queste persone e delle loro storie quando siete delusi dai vostri risultati al college». L’abbandono degli studenti prima della laurea è infatti un fenomeno piuttosto diffuso negli Stati Uniti. I dati dell’Institute Education Sciences dicono che solo il 53 per cento degli studenti universitari si laurea dopo sei anni di studio. Molti abbandonano per difficoltà economiche e per risultati insoddisfacenti.

D’altronde, molti dei famosi citati nella lista non ebbero un buon rapporto con l’università. Robert Sternberg, lo psicologo che ha elaborato la teoria triarchica dell’intelligenza, ebbe una gran delusione proprio al primo esame di psicologia. «Nella psicologia c’è già un famoso Sternberg e naturalmente non ce ne sarà un altro» disse il professore. Invece il suo studente sarebbe diventato il presidente dell’associazione americana degli psicologi. Stessa storia per Steven Spielberg, che sognava di frequentare la “University of Southern California School of Theater, Film and Television”, ma la sua richiesta d’iscrizione fu rifiutata tre volte. S’iscrisse in un altro college, ma lo lasciò prima di terminare gli studi, perché aveva già cominciato a lavorare come regista. E nel 2002, 35 anni dopo, tornò sui banchi di scuola per prendere la tanto desiderata laurea.

Anche Dick Cheney, il vicepresidente durante il mandato di George W. Bush, mollò Yale non una ma ben due volte perché non riusciva a passare gli esami. Bush citò pubblicamente questa circostanza dicendo: «Bene, ora sappiamo che se ti laurei a Yale diventi presidente, se non lo fai, diventi vice». E tra quelli che all’inizio fecero flop ci sono anche molti personaggi dello star system. Oprah Winfrey, ad esempio, fu licenziata dalla tv in cui lavorava come reporter perché era «inadatta per la tv». Fred Astaire al suo primo provino per il cinema fu scartato. I responsabili della MGM scrissero in una nota che Astaire, «Non sa recitare. Non sa cantare. E’ leggermente calvo. Sa ballare ma solo un poco». Fred Astaire, divenuto famosissimo, conservò quell foglietto con il primo giudizio su di lui nella sua casa di Beverly Hills, per ricordarsi delle sue origini.

Harrison Ford invece dissero: «Non hai la stoffa per diventare una star». A Marilyn Monroe consigliarono di fare la segretaria, mentre un manager licenziò Elvis Preslay dopo il primo spettacolo sentenziando: «Non sfonderai mai. Dovresti tornare a fare l’autista di camion». Non si perdette d’animo neppure Igor Stravinsky, il compositore russo de “La sagra della primavera”, balletto poi portato alla fama mondiale dall’interpretazione di Luciana Svignano. Al debutto nel 1913 a Parigi il pubblico reagì fischiando e urlando di disapprovazione e la situazione degnerò fino a una rissa, tanto che il compositore dovette fuggire con l’aiuto della polizia.

Nel mondo dello sport spicca invece la storia di Michael Jordan. Il miglior cestista di tutti i tempi incominciò venendo scartato dalla squadra della scuola, quando era alle superiori. «Nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri – ha più volte raccontato il campione -. Ho perso quasi trecento partite. Ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto». Una bella rivincita anche quella del tennista Stan Smith, bollato dagli organizzatori della Coppa Davis come «goffo e scoordinato». Qualità che gli fecero vincere Wimbledon, gli Us Open e naturalmente otto volte la Coppa Davis.

Giovanna Maria Fagnani
18 febbraio 2010

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