Il ponte (1917) di Franz Kafka

il

Ero rigido e freddo, ero un ponte, stavo sopra un abisso.

Di qua avevo le punte dei piedi, di là avevo confitto le mani, e mi tenevo rabbiosamente aggrappato all’argilla friabile. Da una parte e dall’altra mi si agitavano le falde della giacca. In fondo rumoreggiava il gelido torrente popolato di trote. Nessun turista si smarriva fino a quelle impervie altezze, il ponte non era ancora registrato nelle carte topografiche. Così me ne stavo e aspettavo. Dovevo aspettare. Un ponte, una volta costruito, non può ceesare di essere ponte senza precipitare.

Una volta, era verso sera – la prima? la millesima? non so – i miei pensieri erano sempre confusi e giravano in tondo. Verso sera, d’estate, il torrente scrosciava più buio, udii un passo d’uomo. A me, a me! Stenditi, ponte, mettiti in posizione, trave senza spalletta, reggi colui che ti è affidato. Pareggia insensibilmente il suo passo incerto, ma se vacilla, fatti conoscere e come una divinità montana scaglialo a terra.

Quello venne, mi percosse con la punta ferrata del bastone, sollevò con essa le mie falde e me le aggiustò addosso. Infilò la punta nei miei capelli folti e ve la lasciò a lungo, probabilmente guardandosi ansiosamente intorno. Ma poi – stavo appunto seguendolo nel sogno per monti e valli – mi balzò in mezzo al corpo a piedi pari. Rabbrividii per un dolore lancinante, ignaro di tutto. Chi era? Un bambino? Un sogno? Un bandito? Un suicida? Un tentatore? Un distruttore? E mi girai per vederlo.

Un ponte che si volta! Non mi ero ancora voltato che già precipitavo e già ero straziato e infilzato sui sassi aguzzi che mi avevano sempre fissato così pacifici dall’acqua impetuosa.

***

L’uomo che va stanato nella figura del ponte è lirica della letteratura!

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. carlotta ha detto:

    Ciao carissima Marilena. Finalmente ti ho trovata…ed è un vero piacere.
    Sei una fonte inesauribile di sorprese e il tuo blog dipinge degnamente i tuoi variegati tratti della personalità. Spero di continuare a tenermi in contatto con te, anche quando non sono presente al corso di Michelangelo. Ma non solo.
    Ti leggerò tutta con molta attenzione, ma ora mi attende lo svolgimento del “compito a casa” di questa settimana e sono in completo ritardo. Convengo anch’io che il racconto di Kafka sia una bellissima e devastante metafora sociale. Adoro Kafka e il suo gotico surrealismo. Ti abbraccio fortissimamente e a presto avrai mie notizie.

  2. marilenarodi ha detto:

    Carla! Ma che piacere trovarti in rete. 🙂
    Continueremo a tenerci in contatto, ovvio. E ci scambieremo un sacco di opinioni.. già mi piace l’idea.
    Ho guardato il tuo blog: benvenuta!

  3. sebastiano ha detto:

    Ci sono anch’io. Ciao

  4. Effe Emme ha detto:

    Ho la chiave di questo racconto. Ma dimmi: cosa potrei farne? Continuare a contemplarla gustandomi quel stranissimo senso di solitudine?

  5. zietto ha detto:

    Ho la chiave anch’io… trovata inaspettatamente in una notte d’autunno e impetuosamente usata per aprire un luogo tanto confuso quanto affascinante… grazie clà…

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