Intervista a Carlos Solito autore del libro “Il contrario del sole”

Ci sono mondi che non è semplice raccontare, perché territori quasi inviolabili. Nel suo libro s’avverte forte il coinvolgimento emotivo soprattutto in alcune esperienze; c’è qualcuna di queste che ha cambiato il suo modo di intendere la speleologia?

In grotta tutto coinvolge emotivamente e soprattutto da quando c’ho messo piede per la prima volta, in adolescenza. Gli speleologi hanno un difetto: si prendono troppo sul serio e sono molti quelli che vivono in simbiosi con autentici deliri di onnipotenza… in un luogo, poi, dove non ci sono ne riflettori ne pubblico che potrà mai applaudirti. E proprio durante uno dei campi speleo in Alburni ho inteso che sottoterra più si è umili e più vale la pena esplorare. La speleologia si fa in squadra e, a dispetto dell’alpinismo, non vale l’andare solitari. Sottoterra se non c’è il pronome ‘noi’ non può esistere la speleologia e soprattutto chi la fa.

Ritorno a Ichnusa è un capitolo che leggerebbe facilmente anche un non addetto ai lavori: si legge “vedendo” gli ambienti descritti. È la Sardegna, terra ricca di mondi sotterranei straordinari, a ispirare tale familiarità?

Amo la Sardegna, o meglio ho imparato ad amarla nei miei viaggi sull’isola. Durante la realizzazione di diversi reportage ho fotografato molti posti “alla luce del sole” che veramente ti fanno intendere come questa terra sia diversa, un continente a parte con un’antologia di mondi e modi. Insomma già dall’antipasto dei primi passi, ovunque, Ichnusa mostra sapori diversi, giusti, forti. Quasi un ovvio preludio a quello che poi “cova” sottoterra, nei Supramontes soprattutto. La Sardegna che non si vede e che poi, nei panni dello speleo, hai la fortuna di vedere ti destabilizza. Ti scuote. Ti dice di quanto il carsismo sia roba alchemica e fin quando non ci arrivi in ambienti come Lilliput a Su Palu o Tiscali a valle Lanaittu credi che quelle grandezze appartengano solo alle pagine di Jules Verne o, per stare nella realtà, ai carsi tropicali. Ogni speleologo dovrebbe pellegrinare in Sardegna: è un’autentica mecca speleologica.

Nasce come speleologo in Puglia, ed è risaputo che in Puglia non ci sono “abissi eterni” perché il territorio è prevalentemente pianeggiante. Lei è andato persino in Islanda a inseguire un sogno, quello di Jules Verne..

Come scrivo nel libro, migrare, anche per gli speleologi, fa bene. Per due motivi: il primo perché la migrazione implica una nuova socialità e la conseguente presa di coscienza di nuovi modi di pensare. Quindi, nel nostro caso di speleo, di guardare ed esplorare in grotta. Questo, inevitabilmente, ci pone protagonisti di un confronto con altre scuole e, cosa ancor più sana, per noi esploratori pugliesi avvezzi a poche verticali e a “comodità orizzontali”, all’ammettere l’essere più confidenti di altri speleo italiani con permanenze ipogee lunghissime e freddo e situazioni decisamente più ostili. È una questione di abitudine: in Puglia le grotte sono dietro casa, ma non sono come dici tu degli “abissi eterni”. Tranne qualche caso, entri ed esci in giornata. In altre realtà geografiche dove non ci sono pianure ma montagne, dove si cammina un bel po’ per raggiungere gli ingressi, dove il “la carta del ristorante grotta” non propone il menù turistico a base di saltino e galleria o cunicolo, ma una filiera verticale di pozzi e meandri fastidiosi, be’ le cose cambiano e come. Gli Alburni, in Campania sono l’esempio di carso di alta montagna a cui noi pugliesi siamo più affezionati.

C’è un capitolo, Gorropu e altre ombre eterne, nel quale racconta di grotte custodi di fatti di brigantaggio. Vicende umane entrate nei libri di storia. Ma non solo: gli uomini del Paleolitico hanno trovato rifugio nelle caverne. Lei come speleologo (e reporter) cosa ha “trovato” nel cuore della Terra?

La cosa bella dell’andare sottoterra è che per quante grotte tu possa esplorare, siano esse profonde e lunghe chilometri, là ci trovi sempre te stesso. Nudo e solo con te stesso. Con tutto il tuo affardellato bagaglio di paure, gioie, tristezze, limiti e una gran dose di veridicità su chi sei, dove vai e cosa vuoi dalla vita. È lì, in grotta, nel buio più completo che ho trovato le sale più zeppe di specchi.

E’ stato protagonista di diverse esplorazioni di nuove cavità insieme ad amici italiani e stranieri, in Italia e all’estero, e il libro è ricco di momenti goliardici e sofferti. Cosa è stato determinante, nel suo caso, per esserci?

Sicuramente la curiosità ipogea che ti spinge pure a rivedere la grotta dietro casa. Le grotte materializzano in pietra il mistero e il mistero, da sempre, ha attratto l’uomo. Attrazione orfica verso il ventre di Madre Terra i cui collegamenti sono antichissimi, preistorici. Quanto agli altri speleologi, italiani e stranieri: be’ la speleologia, in assoluto contrasto con le imprese solitarie, ha un pregio: unire mandrie di geografi del buio in continua transumanza da un luogo all’altro.

Perché Il contrario del Sole?

Perché là sotto trovi tutto ciò che splende alla luce del sole. La luce è quella che portiamo noi. Il caldo, a meno che non siano grotte sulfuree e/o imponenti cumuli di guano fumante, lo portiamo noi imprigionato nella nostra bombola ad acetilene e nel nostro essere “amici”. E poi il contrario è un sostantivo, un aggettivo, un sinonimo che indica l’esatto opposto di qualcosa. E le grotte sono l’altra faccia della medaglia Terra e lì l’unica cosa che splende è il buio.

Marilena Rodi

[da Tra gli scaffali di Periodico italiano]

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