Intervista ad Albert Danton, autore del romanzo “Il presidente”

Il libro propone una dimensione parallelamente surreale, ma che trae spunto da fatti realmente quotidiani. Il protagonista è Malcom Powell, uomo di colore, cittadino degli Stati Uniti: come prende forma questo personaggio?
È doveroso sottolineare subito che il mio personaggio nulla ha a che vedere con il suo ispiratore. È innegabile però che ho iniziato a scrivere Il Presidente proprio nel Gennaio 2008 in esatta concomitanza con l’inizio delle primarie di Barak Obama. È proprio Barak Obama ad avere ispirato il personaggio di Malcom Powell prima ancora che corressero quelle voci, che cercavano di screditarlo, e che si riferivano alla ipotetica influenza che la religione musulmana del padre avrebbe potuto avere su di lui. Al di là del mio discutibile personaggio, ammetto di avere sempre tifato per Barak Obama, durante la lunga campagna presidenziale americana, a differenza di mia moglie che tifava per Hillary.

La trama si innesca su tre personaggi: oltre a Malcom Powell, Angela Delfino e Marc Wilson; tre figure immerse in tre vicende umane diverse, anche se simili. Due di queste collegate da amicizia, le prime due, l’ultima dalla politica.. che ha un peso decisivo nella storia..
Amo tutti i personaggi del mio romanzo e forse è ovvio che sia così. Certo l’intraprendenza di Angela Delfino ha un peso importante nella evoluzione del romanzo così come la debole personalità di Marc Wilson sarà determinante per il messaggio che la mia storia vuole inviare al lettore. Ma non possiamo dimenticare la dolce e innamorata Elisabeth, prima incredula e poi artefice di un riscatto tardivo o la bellissima Jila o il pacioso Johnny Delfino. Devo ammettere però che il personaggio che parla più con la mia voce è Karl Peterson con il suo pragmatismo e il suo ateismo ma anche con la sua capacità di dare amicizia anche a coloro che non la pensano come lui.

Poi ve n’è un altro che emerge insinuandosi delicatamente: è l’anticipo di un nuovo plot?
Non amo i romanzi a puntate né i thriller con lo stesso personaggio protagonista che deve scoprire il serial killer di turno. Mi sento di escludere quindi un seguito a Il Presidente. A conferma di ciò posso dire che il secondo romanzo che è ora in lettura presso gli editori (speriamo!), ha il titolo provvisorio di Primo Ministro ed è ambientato fra Roma e la mia terra, la Sicilia. Niente di autobiografico, ovviamente, né ispirato ad altri più famosi premier. 
Il terzo romanzo, che è in dirittura d’arrivo, potrebbe chiamarsi L’ultimo Papa e non credo sia necessario specificarne molto il contenuto; basterà dire che sono un anticlericale sfegatato.
Detto questo non posso escludere, in futuro, una nuova storia che si ricolleghi a Il Presidente. Se il proseguio della contrapposizione che i fondamentalisti islamici stanno tentando contro le altre religioni monoteiste, avrà degli sviluppi, potrebbe venire fuori un altro romanzo che prenda spunto da questi ulteriori e non auspicabili eventi.

Il potere politico, secondo lei, può essere uno strumento o una meta da conquistare? Nel romanzo è abbastanza efficace la contesa ed emerge nelle sue più oscure trame..
Il potere politico dovrebbe essere uno strumento attraverso il quale, chi lo raggiunge, si mette al servizio della collettività e opera in suo favore. Questo alto concetto possiamo tentare di insegnarlo ormai solo all’asilo. Dalla scuola elementare in avanti, sappiamo tutti che il potere politico è tutto meno che questo. Direi che il potere politico è una meta da conquistare e quando si conquista non lo si vuole lasciare per nessun motivo al mondo. 
Nel mio romanzo la situazione è diversa. Malcom Powell lotta per diventare il presidente degli Stati Uniti D’America non per ottenere potere per se stesso ma per metterlo al servizio di un auspicabile, per lui, sovvertimento mondiale. Siamo di fronte alla classica utopia di triste memoria. Sappiamo tutti che una volta raggiunto il potere, l’utopia resta tale, se non addirittura si trasforma in sopraffazione verso gli altri, e quello che conta veramente è il mantenimento del potere personale, o di pochi, e dei privilegi ad esso collegati.

L’intreccio ha una sua personalità, le ambientazioni sono abbastanza dettagliate.. quanto tempo ha investito nella stesura di questo romanzo?
Se vogliamo riferirci al tempo impiegato per scriverlo, leggerlo, correggerlo, leggerlo ancora e poi ancora e poi fare l’editing quindi leggerlo ancora per le rifiniture, diciamo che ho impiegato quasi un anno. Dobbiamo tenere conto che mi sono dedicato alla sua stesura giorno dopo giorno da mattina a sera, domeniche comprese. Comunque la invito a riflettere sul fatto che ho iniziato a scrivere Il Presidente nel gennaio del 2008 ed è stato disponibile per i lettori solo pochi mesi fa e comunque, come vede, continuiamo a lavorarci sopra e chi sa ancora per quanto tempo dovremo continuare ad occuparcene. Con questo non voglio dire che mi pesa, anzi, il contrario. Voglio solo sottolineare come sia un’impresa ardua per uno scrittore, arrivare al punto di vedere il risultato della propria fatica dietro la vetrina di una libreria.

Rassegnazione e speranza, due facce della stessa medaglia. Nel romanzo c’è più l’una o l’altra? Forse lei vive in un contesto che vorrebbe diverso?
Né rassegnazione né speranza o forse sia l’una che l’altra. Ricordiamoci che, fortunatamente, stiamo parlando di finzione e non di realtà. Se così non fosse ci sarebbe da preoccuparsi veramente. Ma se per pura speculazione intellettuale volessimo trasferire nel reale quello che è frutto della fantasia direi che prevarrebbe la speranza.
In effetti se penso alla mia utopia – sì, devo confessare che anch’io ho un sogno! – quella cioè di un mondo libero da ogni credenza religiosa, ammetto di vivere fasi alterne passando dalla rassegnazione alla speranza e poi ancora alla rassegnazione. Spero che le cose possano cambiare ma poi mi dico: no, non ce la possiamo fare, sono troppo forti.
Il mio invito comunque resta quello di diffidare di qualunque tipo di fede, sia essa religiosa che politica. Forse questo monito è una forma di speranza?

Perché Il presidente?
Perché è quello che farei io se fossi un fondamentalista islamico. A che servono gli attentati, le autobombe e le carneficine connesse? Molto più comodo e lineare infiltrarsi come dormienti nelle file ‘nemiche’, raggiungere il potere e quindi cambiare le cose a proprio piacimento.
Certo non è facile, ci vuole tempo, denaro, e tanta fede ma quando arrivi ai centri vitali del potere puoi ottenere risultati strabilianti e certamente superiori a quelli che si possono ottenere con un attentato terroristico.
Questo trucco di far credere di essere in un modo e poi manifestarsi per quello che si è realmente deve essere un mio pallino perché a ripensarci anche gli altri due romanzi contengono qualche cosa di molto simile.

Marilena Rodi

[da Tra gli scaffali di Periodico italiano]

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