Il ruolo dei media nell’era digitale

Paul Steiger (ph. M. Rodi)

Il futuro è passato da Perugia raccontando il passato dell’informazione e ha portato con sé un’ondata di costruttiva invidia per le imprese, manco a dirlo, statunitensi.

Paul Steiger, guru del giornalismo investigativo no-profit, ed ex direttore del Wall Street Journal (1991-2007), ieri mattina, al Teatro Pavone, ha incantato la folta platea su un concetto utopistico per il mondo italiano: come si fa giornalismo d’indagine libero? O meglio: come si fa a trovare finanziatori non “interessati” all’aspetto contenutistico?

La domanda nasce spontanea, nel pubblico, dopo che lo stesso Steiger racconta di ProPublica, testata digitale di cui è direttore, nata con lo scopo di esplorare il mondo circostante e portarne alla luce gli aspetti sommersi, o «accountability journalism», giornalismo rivelato e rivelatore, come ha lui stesso sottolineato. In effetti, quello che qualsiasi giornalismo dovrebbe fare, non solo quello d’indagine. Ma l’elemento di discontinuità, in questo caso, è il sostentamento della redazione: donazioni individuali. Roba da Stati Uniti, insomma, ci viene naturale commentare.

Ma come funziona ProPublica? Prima di tutto le cinque teorie di Steiger:

1. il vecchio modello tradizionale di giornalismo è morto;

2. alcuni “supermercati” dell’informazione resisteranno ma internet (e la globalizzazione che porta con sé) avrà la meglio;

3. la forza dominante che guida l’informazione è il taglio specialistico;

4. internet da più informazioni su argomenti svariati; più persone sono libere di trasferire messaggi (perché è conseguente che ci sia una platea ricevente);

5. l’indebolimento è sul fronte “esteri”, e verosimilmente sull’investigazione.

Dati questi assunti, il sessantasettenne americano riflette sull’aspetto ammiccante dell’informazione, e cioè sulla capacità di attrarre anche i media tradizionali formato “big” come la Cnn o la Bbc: puntare i riflettori sui centri di potere come il governo, la sanità, l’educazione.. ProPublica ha inventato il formato, ma non il mestiere, allora.

Dove sta quindi la differenza? Steiger lo spiega rispondendo a una delle domande provenienti dalla platea: Come scegliere i collaboratori della redazione? Quali sono le competenze tecnico-professionali del giornalista del futuro? La domanda, posta dal direttore di Affari italiani, Angelo Perrino, incalza: Preferisci un anziano e lo proietti verso il futuro con le tecnologie digitali o un giovane che sa tutto di facebook e social network? Steiger sorride, ma sbottona una risposta presumibile, lui ha scelto una redazione “mista”: «La prima persona che ho assunto era un sessantenne che aveva vinto due volte il Premio Pulitzer – e continua – ma i giovani hanno insegnato più cose agli anziani soprattutto sui meccanismi futuristici», ricordando di aver puntato molto su quello che gli anziani potevano trasferire in termini di etica e professionalità.

ProPublica, una testata che si regge su un paio di donazioni importanti e molte individuali, pare un modello difficilmente esportabile in Italia, dove gli editori decidono la linea “politica” e partecipano attivamente alla vita delle redazioni. La trasparenza, fattore determinante, in ProPublica è in pole position: bilanci e nomi dei donatori vengono regolarmente pubblicati, ma aspetto assai interessante è che i finanziatori non vengono coinvolti nella scelta editoriale e non possono influenzare quello che viene “prodotto”.

Ma nel Belpaese tutto ciò, se mai dovesse essere preso in considerazione.. fatta la legge trovato l’inganno. Le lobby già si proiettano verso il futuro.

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