Bavaglio? Sì, se è legge..

Pubblico la lettera di Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale stampa italiana, per conoscenza e divulgazione (che sarà pubblicato nel periodico della Fnsi “Galassia”).

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Ce la ricorderemo a lungo, la serata di Bologna: quello strano intreccio che ha tirato via l’espressione new media dalle pagine degli analisti della comunicazione per farla materializzare nella allegra babele di digitale e satellite, di radio, tv e siti internet. Sembrava quasi che non si sapesse bene come e dove seguirla, che fuori dalla tv generalista la trasmissione fosse condannata alla marginalità. E invece cento canali diversi si sono uniti per darci un risultato possente e promettente. Abbiamo visto che, d’ora in poi, nessun bavaglio potrà più funzionare come vorrebbero i censori, perché il muro del silenzio può essere incrinato, anzi sbriciolato, da tanti colpi assestati insieme. Quella sera l’informazione italiana ha fatto un salto, nella tecnologia e nella consapevolezza di sé. E lo ha fatto anche grazie al sindacato dei giornalisti, alla determinazione con la quale abbiamo tenuto fermo il punto fondamentale: il dovere di informare, il diritto di sapere. Non era necessario esser d’accordo sul singolo passaggio della trasmissione allestita da Santoro al Paladozza; così come non sarebbe stato necessario condividere ciascun aspetto delle iniziative pubbliche di Vespa o di Paragone, se anche loro avessero scelto di accettare la proposta del sindacato e spezzare il mese di digiuno preelettorale imposto dal servile gruppo dirigente della Rai. C’era, c’è una questione di libertà ben più grande di ogni nome e di ogni stile professionale. Eravamo a Bologna per le stesse ragioni per le quali siamo stati e siamo al fianco delle redazioni minacciate dal taglio brutale dei finanziamenti pubblici. Perché l’autonomia dell’informazione è valore indivisibile, che non misuriamo a colpi di shareo in base alle copie vendute. E questo filo robusto che lega le battaglie di una categoria, che tiene insieme i “famosi” e i precari, le star e chi passa una vita al desk, non è un filo corporativo. Lo abbiamo visto di nuovo nelle duecento piazze accese da “Raiperunanotte”. Di nuov perché già ce lo aveva detto chiaramente la piazza del Popolo strapiena del 3 ottobre a Roma. Molto spesso, nelle nostre discussioni di questi anni, è affiorato il timore grande di un isolamento, la paura che le nostre parole e le nostre richieste suonassero ormai incomprensibili, o peggio irritanti, al di fuori del recinto sempre più malandato della categoria. Senza presunzione, senza atteggiamenti di supponenza, possiamo però affermare che questa paura ora non ha motivo di essere. Nel Paese dei conflitti di interesse, del populismo mediatico, delle campagne elettorali che dovrebbero occuparsi di come sono state amministrate le Regioni e che invece sono dominate dalle questioni della comunicazione, c’è un’area vasta di opinione pubblica che sui temi dell’informazione mostra sensibilità ed è disponibile persino a mobilitarsi. Lo fa anche per noi giornalisti, per solidarietà, ma soprattutto lo fa per sé: sente il diritto di conoscere come un diritto irrinunciabile, avverte come un sopruso immotivato la pretesa autoritaria di bloccare per quattro settimane gli approfondimenti informativi, si ritrova davanti ai maxischermi – anzi, li allestisce – per riaffermare un’idea di cittadinanza consapevole e partecipata, che dell’informazione non può fare a meno. Questa alleanza non ci risolverà certo la crisi strutturale dell’editoria, il calo della pubblicità o i problemi dell’accesso. Ma è una risorsa fondamentale nel conflitto in corso da anni in Italia intorno alla legittimazione sociale del giornalismo e dei giornalisti, e che in questi mesi vede uno scontro decisivo sul tema delle intercettazioni. L’onda della propaganda è imponente: non potete sentirvi liberinelle vostre conversazioni, magistrati e cronisti sono in agguato per devastare la vostra vita privata. A questo urto abbiamo retto (già ai tempi del ddl Mastella: non nasce col governo Berlusconi l’insofferenza per l’informazione) perché abbiamo sostenuto valori generali: abbiamo saputo spiegare che dei pettegolezzi non ci interessa, che chi sbaglia tra noi deve pagare, ma che non accettiamo di vedere ridotti a gossip fatti di indiscutibile rilievo pubblico. Una clinica dai trapianti facili, un crack finanziario, un’inchiesta sugli appalti, le trame di un commissario Agcom, non sono storie intime, ma pezzi della nostra società che noi dobbiamo raccontare e i cittadini hanno il diritto di conoscere. Al momento in cui queste note vanno in tipografia sembra ancora esserci spazio per le modifiche: il ministro Alfano si è detto disponibile a far correggere dal Senato il testo, per noi pericoloso, uscito l’anno scorso dalla Camera e già oggetto delle critiche del Presidente della Repubblica. Ribadiremo che ci sono gli strumenti per evitare di coinvolgere terze persone estranee alle inchieste e per rispettare la riservatezza, quando sia davvero a rischio, senza compromettere il diritto di cronaca. Ma se le nostre proposte rimarranno inascoltate, non potremo lasciare nulla di intentato per opporci: tornare allo sciopero (come già tre anni fa), ricorrere alla giustizia italiana e a quella europea, praticare la disobbedienza nel nome dei doveri della professione. Sarà uno scontro duro, dall’esito per nulla scontato. Ma possiamo affrontarlo con la consapevolezza che non rimarremo soli, a difendere un diritto di tutti. Chi voleva inchiodarci all’ immagine della casta ha fatto male i calcoli.

Roberto Natale

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