Saramago: l’ironia, un blog e l’amore «La mia ricetta per resuscitare»

il

Josè Saramago

L’autore di «Cecità» a 86 anni parla delle sue passioni politiche, del lavoro letterario e dei progetti, compresa una rubrica sul web

Uscito dall’ospedale dopo una grave malattia, il Nobel è tornato alla scrittura

Saramago ha un’aria fragile, ma siede ben diritto sulla poltrona nella sua piccola casa di Lisbona, costruita nel primo dopoguerra, e se ne sta accanto al fuoco del caminetto, al riparo dal vento umido dell’Atlantico. Lo scorso inverno è stato portato d’urgenza in ospedale per problemi respiratori, «Esitavano ad accettarmi perché ero in condizioni piuttosto gravi», ricorda, e aggiunge con un sorrisetto: «Non volevano essere l’ospedale in cui è morto José Saramago». Il suo divertimento per essersi fatto beffe delle attese è probabilmente pari al sollievo per essersi ripreso. «Non lo considero un miracolo», precisa (è ateo), «non avevo, però, molte possibilità di farcela». Forse c’è anche un atteggiamento ironico verso la sua fama tardiva. Prima di dedicarsi alla scrittura, dopo i cinquant’anni, Saramago faceva il meccanico. Quando uscì il suo quarto romanzo, Memoriale del convento (1982), aveva sessant’anni.

Il successo lo ha spinto a scrivere altri quindici romanzi, oltre a racconti, poesie, lavori teatrali, un libro autobiografico e uno di viaggi, Viaggio in Portogallo (1990). Nel 1998 il comitato del Nobel ha lodato le sue «parabole ricche di immaginazione, partecipazione umana e ironia», e il suo «scetticismo moderno»verso le verità ufficiali. Saramago ha compiuto da poco 86 anni e ha ripreso a lavorare a ritmi molto intensi. Il film tratto da Cecità, girato dal regista brasiliano Fernando Meirelles, è uscito di recente. Saramago l’ha visto in anteprima a Lisbona, dove l’elefante rosa sulla copertina del suo ultimo romanzo, Il viaggio dell’elefante, riempie le vetrine delle librerie. Negli ultimi quindici anni Saramago e la moglie Pilar del Rio, giornalista e sua traduttrice in spagnolo, hanno vissuto a Lanzarote, in Spagna. Vi si erano trasferiti quando il governo portoghese, su pressioni del Vaticano, aveva impedito che il suo romanzo Il Vangelo secondo Gesù Cristo (1991) concorresse al Premio Letterario Europeo (per questo Saramago chiese, e in seguito ottenne, pubbliche scuse). Nel Vangelo laico ed «eretico» di Saramago, Gesù, il figlio di Giuseppe, ha una relazione sessuale con Maria Maddalena e sfida Dio, assetato di potere, che gli chiede di sacrificarsi.

Lo scorso anno ha suscitato uno scandalo in Portogallo per aver detto che il paese sarebbe inevitabilmente divenuto una provincia di un’Iberia unita, e alcuni hanno pensato che questa sua affermazione nascesse da vecchi risentimenti, ma lui dice: «Ho lasciato il paese per protestare contro il governo di allora, non contro il Portogallo. Pago le tasse in Portogallo. Quest’anno ci ho passato più di sei mesi». Il trasferimento a Lanzarote ha segnato un cambiamento nella sua narrativa. I suoi ultimi libri, ambientati in paesi non specificati, sono meno visibilmente radicati nella vita e nella storia portoghesi, nelle strade e sotto il cielo tempestoso di Lisbona. L’elemento speculativo è passato in primo piano. «Il mio lavoro è sulla possibilità dell’impossibile. Chiedo al lettore di accettare un patto: anche se l’idea è assurda, l’importante è immaginarne i possibili sviluppi. L’idea è il punto di partenza, ma lo sviluppo è sempre razionale e logico». Saramago è nato nel 1922 ad Azinhaga, un villaggio nella provincia di Ribatejo, a nord est di Lisbona, da una famiglia di contadini. Quando lui aveva due anni la famiglia si trasferì nella capitale, dove il padre José, artigliere nella prima guerra mondiale, trovò lavoro come vigile urbano, mentre la madre faceva la domestica.

In Le piccole memorie descrive le deprimenti condizioni di vita della sua famiglia a Lisbona e accenna alla sottomissione allo slogan fascista «Dio, patria, famiglia» che regnava in casa. A controbilanciare quell’atmosfera c’erano i nonni materni, Jeronimo e Josefa, con i quali Saramago passava le vacanze estive ad Azinhaga. «Erano poveri contadini analfabeti, ma erano brave persone e hanno avuto sulla mia vita un’influenza molto importante. I miei ricordi più belli non sono di Lisbona, ma del villaggio in cui sono nato». Dato che la famiglia non poteva mandarlo al liceo, Saramago ha frequentato una scuola professionale per diventare apprendista meccanico; a quel tempo leggeva libri «a caso» nelle biblioteche pubbliche. Verso la metà degli anni Cinquanta ha lavorato in una casa editrice, poi come giornalista. . Nel 1969 ha aderito al partito comunista clandestino rischiando di essere incarcerato o picchiato. Ma quando la Rivoluzione dei garofani del 1974 ha rovesciato il successore di Salazar, Marcelo Caetano, Saramago è diventato vice direttore del quotidiano rivoluzionario «Diario de Noticias». La sua reputazione di stalinista risale a quel periodo, si dice avesse allontanato dal giornale i non comunisti. Ma nel 1975, quando fu sventato un colpo di stato della sinistra, anche lui fu licenziato.

Saramago è tuttora membro del partito comunista; dice di essere «un comunista ormonale, come gli ormoni che mi fanno crescere la barba tutti i giorni. Non giustifico quel che hanno fatto i regimi comunisti anche la chiesa ha fatto molte cose terribili, mandato la gente al rogo. Ma ho il diritto di avere le mie idee. Non ho trovato nulla di meglio». Dopo essere stato amico personale di Fidel Castro per molti anni, nel 2003 ha scritto però che il leader cubano «ha perso la mia fiducia, ha deluso le mie speranze, tradito i miei sogni». In Saggio sulla lucidità (2004), ambientato nello stesso paese di Cecità, tutta la popolazione vota scheda bianca, per una protesta che porta allo stato d’emergenza. Secondo Saramago la democrazia aveva bisogno di un rinnovamento, perché è il potere economico a determinare quello politico. «Ho dei dubbi sulla democrazia», dice. «La partecipazione alla vita politica è insufficiente. La gente è chiamata alle urne ogni quattro anni e nel frattempo il governo fa quello che vuole. Non è così solo in Portogallo». L’elezione di Barack Obama, però, riempie di speranza anche lui. «È un momento bellissimo, è vera democrazia quando si vedono milioni di persone mobilitate per eleggere un nuovo candidato, e per di più nero. È una specie di rivoluzione».

Il suo nuovo romanzo, Il viaggio dell’elefante, descrive i viaggi di Solomon, un elefante indiano donato dal re Giovanni III all’arciduca Massimiliano II d’Austria. È un libro «di pura invenzione al 99 per cento» dice Saramago. «Ero affascinato dal viaggio dell’elefante come metafora della vita. Sappiamo tutti di dover morire, ma non sappiamo in quali circostanze». Ne aveva scritto una quarantina di pagine quando è stato portato all’ospedale di Lanzarote. Non appena dimesso ha immediatamente ripreso a lavorare. «Quel che trovo sorprendente e strano è che nel libro ci sia molto umorismo, che faccia ridere la gente. Non si può immaginare come mi sentivo allora». A settembre, su consiglio della moglie, lo scrittore ottuagenario ha inaugurato un blog sul sito web della sua fondazione, con una «lettera d’amore» a Lisbona. Una volta scriveva per i giornali, «Ma ora», dice, «scrivo ogni giorno, e il blog è stato visitato da un milione di persone, lo trovo stupefacente» .

Gli argomenti che affronta vanno dalla crisi finanziaria ai consigli alle coppie che stanno divorziando su come dividersi i libri. Ha parlato della moglie come della sua «casa» e la definisce «la cosa più importante della mia vita, forse più importante del mio lavoro stesso. Vedo la nostra relazione come una storia d’amore che non ha bisogno di essere trasformata in un romanzo». Hanno celebrato un secondo matrimonio civile lo scorso anno a Castril, città natale della moglie in Andalusia, perché non si erano curati di registrare in Spagna il loro matrimonio, avvenuto nel 1988 a Lisbona. Una situazione stravagante che avrebbe potuto ben figurare in uno dei suoi romanzi.

Maya Jaggi
(Traduzione di Maria Sepa)
© Guardian News Media 2008

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. superdelly ha detto:

    mA NON è MORTO IL 18 GIUGNO?

  2. carlotta ha detto:

    Era un grande e come tutti i grandi ha avuto vita travagliata. Di lui mi è sempre piaciuto quello sguardo disincantato e a tratti cinico di guardare la vita, l’estremo realismo misto ad ironia, fanno dei suoi pensieri delle probabili micce ad ampio raggio, capaci di destabilizzare l’intero sistema. Lo avrei persino visto seduto nel nostro quorum di governo all’estrema sinistra, per vedere come avrebbe spezzato le reni del Berlusca…ah che bello sarebbe stato!
    Come ti butta cara Mari?

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