La sfida della mescolanza (l’attentato ad Alessandria)

di Jörg Lau

L’attentato di Alessandria mette in luce un problema la cui gravità si estende anche molto al di là del deprecabile atto di terrorismo: incombe la minaccia di un’automutilazione culturale del mondo islamico attraverso il progressivo annientamento del Cristianesimo d’oriente. E Alessandria non è un caso isolato. In soli due anni, ad esempio, il numero dei cristiani presenti in Iraq – spesso appartenenti ad alcune delle comunità più antiche al mondo – si è dimezzato. Per coloro che uccidono nel nome della purezza, la più grave provocazione è la mescolanza che avviene in maniera naturale, senza paura, quella su cui si fonda la grande forza delle società aperte.


Questo articolo è stato originariamente pubblicato adlla rivista Die Zeit il 4 gennaio 2011

Ora la chiamano “martire”. Eppure, Mariouma Fekry aveva ben altri progetti per la sua vita ancora molto giovane. Poco prima di recarsi alla messa di mezzanotte, la ventiduenne ha aggiornato la sua pagina Facebook: “Il 2010 è ormai passato – così recita il messaggio scritto da Mariouma –Quest’anno porta con sé i migliori ricordi della mia vita. Spero che il 2011 sia ancora meglio. Ho così tanti desideri per il 2011. Per favore, Dio, stammi vicino e aiutami a realizzarli”. Ma poco dopo la mezzanotte è esplosa la bomba davanti alla chiesa dei Santi Marco e Pietro di Alessandria, la città portuale egiziana. Uccidendo Mariouma, insieme ad altri venti cristiani copti, e ferendone più di cento.

Il profilo Facebook di Mariouma, che amava Harry Potter e i Linkin Park, esiste ancora. Sotto la foto della giovane donna, raggiante, sono apparsi centinaia di commenti di protesta contro la follia del terrore integralista. Tra i loro autori vi sono anche molti musulmani. Evidentemente, hanno compreso che ciò che è avvenuto mette in luce un problema la cui gravità si estende anche molto al di là del deprecabile atto di terrorismo: incombe la minaccia di un’automutilazione culturale del mondo islamico attraverso il progressivo annientamento del Cristianesimo d’oriente. E Alessandria non è un caso isolato. Solo poche settimane fa, una simile tragedia ha colpito la comunità parrocchiale della chiesa “Maria liberatrice” di Baghdad, quando un commando di kamikaze ha fatto irruzione durante la messa domenicale del 31 ottobre, massacrando 58 persone a suon di bombe e mitragliatrici. La carneficina è stata rivendicata da Al Qaeda.

In soli due anni, il numero dei cristiani presenti in Iraq – spesso appartenenti ad alcune delle comunità più antiche al mondo – si è dimezzato. Chi poteva permetterselo, è fuggito in Occidente, mentre i più poveri hanno cercato rifugio nel nord curdo, più tranquillo e tollerante, oppure in Turchia. Poi, dopo le atrocità avvenute a Baghdad, è cominciata una nuova ondata di fughe. Intanto, disorientato e impacciato, il mondo osserva come il Cristianesimo dei Caldei e degli Assiri – ancora oggi in quelle terre non è raro assistere a una messa in aramaico – si spegne giorno dopo giorno. Che ironia crudele: da qualcuno la guerra in Iraq è stata etichettata come “nuova crociata”. Eppure, non dovrebbe far riflettere il fatto che una delle sue conseguenze dirette è stata proprio l’espulsione del Cristianesimo da alcuni dei suoi luoghi più antichi e tradizionali? Oggi, le antiche comunità che popolavano l’Egitto e l’odierno Iraq già molti secoli prima dell’avvento dell’Islam sono divenute dei semplici capri espiatori. I fanatici le considerano corpi estranei da estirpare e “quinte colonne” dell’Occidente, da abbattere. I sunniti fondamentalisti di Al Qaeda promettono la “pulizia” religiosa del mondo musulmano. Nella loro delirante visione di un nuovo califfato che si estenda da Baghdad a Marrakech non c’è alcun posto per cristiani ed ebrei. (Ma neanche per gli sciiti, che i sunniti fanatici considerano eretici).

L’attentato di capodanno, che porta la firma inconfondibile di Al Qaeda, è anche uno schiaffo al regime di Hosni Mubarak. A settembre, infatti, il popolo egiziano sarà chiamato alle urne per eleggere un nuovo presidente. Mubarak vuole insediare suo figlio, reprimendo ferocemente qualsiasi tipo di opposizione. Che essa sia laica o islamica fa lo stesso. Chi colpisce i copti – i cui otto milioni ne fanno la più grande minoranza cristiana del vicino Oriente – colpisce allo stesso tempo il regime più filooccidentale del mondo arabo. Intanto, però, il “faraone” Mubarak gioca al proprio gioco: cerca di ridurre le ragioni della condizione miserabile in cui versano i copti d’Egitto alle aggressioni dei fondamentalisti islamici. Non si deve tuttavia dimenticare che è stato proprio il suo regime a permettere l’islamizzazione strisciante della società egiziana e a fomentare intolleranza e bigottismo contro gli eterodossi. Ai copti viene impedita l’edificazione di luoghi di culto e le loro possibilità di ascesa sociale e professionale sono state praticamente azzerate da un apparato statale profondamente corrotto. Proprio un anno fa, durante la festa natalizia copta, alcuni attentatori musulmani uccisero a colpi d’arma da fuoco sette cristiani davanti alla cattedrale Nag Hammadi. Le vittime erano egiziane. Eppure, passarono ben due settimane, prima che il presidente si decise a condannare l’accaduto.

Non occorrerà insistere molto perché vi sia una presa di posizione da parte dei rappresentanti dell’Islam in Germania: già poche ore dopo il massacro di Alessandria, il “Consiglio di coordinamento dei musulmani” ha condannato “severamente il vile e terribile attentato”. È un processo di apprendimento: i musulmani hanno capito che, scardinando le basi della fiducia reciproca, i fondamentalisti islamici vogliono distruggere anche i fondamenti della convivenza civile in questo paese. È assurdo pretendere che, dopo ogni atto terroristico, i musulmani incensurati si dissocino da una violenza che essi non hanno mai avallato. Sono queste pretese ignoranti a consegnare le brave persone in ostaggio ai sedicenti “jihadisti”.

Comprendere questo è fatale, poiché il vero e proprio fronte di guerra non si attesta tra una religione e l’altra, come piacerebbe agli esaltati dello scontro apocalittico tra civiltà. L’odierno conflitto, piuttosto, contrappone coloro che vogliono vivere in una società multiconfessionale e i fanatici della purezza: e, oggi più che mai, questo accade all’interno dell’Islam. Per coloro che uccidono nel nome della purezza, la più grave provocazione è la mescolanza che avviene in maniera naturale, senza paura, quella su cui si fonda la grande forza delle società aperte. Infatti, ogni musulmano che vive in Occidente pacificamente e con spirito di vicinato rappresenta la confutazione incarnata di un qualsiasi Bin Laden. Questo punto ci sfugge troppo spesso nelle nostre eccitate discussioni sull’Islam. Invece, con ogni cristiano che abbandona l’Egitto e l’Iraq, i fondamentalisti musulmani visionari di un delirante Assoluto si avvicinano al proprio obiettivo. Proprio per questo, anche i musulmani – e anche quelli che vivono in Occidente – devono lottare per difendere i diritti dei cristiani d’Oriente: è una lotta che riguarda anche loro, e riguarda anche loro dimostrare che l’Islam non ha nulla a che vedere con l’ideologia aggressiva che ha fatto di Mariouma Fekry una martire involontaria.

Traduzione dal tedesco di Nicola Missaglia

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