Muore Dennis Oppenheim. Con lui se ne va un pezzo fondamentale della Land Art

Con Dennis Oppenheim è scomparsa una parte dell’America, quella più libera, controcorrente, romantica, on the road, lontana da ogni regola di squadra o di mercato.
L’artista americano è stato uno dei più geniali sperimentatori del dopoguerra e, sin dalla seconda metà degli anni Sessanta, ha avuto un ruolo fondamentale in esperienze come la Land Art, la Body Art, la Public Art e la Social Art. Lui, però, non si mai identificato in nessuno di questi movimenti, che spesso ha contribuito a creare: erano semplici tappe di un viaggio senza fine che non doveva in nessun modo trovare una formalizzazione definitiva. Altrimenti tutto si sarebbe risolto in un inutile accademismo stilistico. Cosa che Dennis detestava più di ogni altra cosa, sfidando se stesso e le sue creazioni.
Era nato il 6 settembre 1938 a Electric Ciy, una città fantasma nello stato di Washington dove il padre ingegnere era stato trasferito per costruire una diga. Lì erano alloggiati tecnici e operai che, terminato il lavoro, se ne tornarono nelle loro case. Quel luogo che non compare sulle carte geografiche è, in fondo, la metafora di un artista che si è identificato nella componente transitoria della realtà, senza mai scegliere la sfera ideologica o dogmatica.
La sua opera ha rappresentato una sfida continua dei limiti e delle regole dove l’esperienza viene messa continuamente in discussione, destabilizzando qualunque certezza.
Oppenheim non hai mai cercato l’oggetto in sé, ma la sua trasformazione, interessandosi del processo entropico.
Sin dagli esordi, prende le distanze dal Minimalismo e da un’ipotesi esclusivamente analitica. La sua è una progressiva acquisizione di dati dove la materia non subisce l’isolamento dal contesto ma viene arricchita da nuove, imprevedibili implicazioni che ne accentuano le potenzialità al di là della stessa natura.

Esploratore infaticabile, Oppenheim ha ricalcato l’immagine dell’artista rinascimentale all’interno di uno spettro d’indagine che coinvolge indistintamente stili e linguaggi differenti, dal video alla fotografia, dalla scultura al disegno, dalla performance all’installazione, considerati come semplici strumenti per un progetto ben più ambizioso di arte totale riassunto nell’utopia concreta di un unico creatore.
Lui non ha operato sullo spostamento duchampiano, ma, piuttosto, sulla devianza, sulla disfunzione e sulla dissonanza creando, per ciascun lavoro, un sistema linguistico autonomo che evita la ripetizione o la mercificazione.
Alterazione e metamorfosi sono termini con cui si può definire l’indagine dell’artista americano che, attraverso i suoi lavori, sviluppa un’instabilità permanente dove la creazione non è mai statica, bensì dinamica.
Il gesto più semplice e radicale è quello di mettere il mondo sottosopra come avviene in una delle sue installazioni più emblematiche, Device to Root Out of Evil del 1997, dove l’abitazione appare come una galassia proveniente dal cielo che atterra sulla propria punta. La casa compare costantemente nella ricerca di Oppenheim, che la rende partecipe della nevrosi collettiva in un continuo processo di antropomorfizzazione.

Come ho scritto in altre occasioni, “Oppenheim determina una destabilizzazione che conduce al punto di fuga, al vanishing point e in tal senso lo si può senza dubbio annoverare tra gli anticipatori del decostruttivismo affermatosi in Europa e negli Stati Uniti a partire dagli anni ottanta grazie all’indagine di architetti come Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Peter Eisenman e Zaha Hadid”.
Di tutto ciò l’artista americano è consapevole sin dal 1968, quando i suoi primi lavori di Earthwork sono legati alla decomposizione e alla dematerializzazione. Nei suoi Gallery Decomposition la galleria presenta la propria composizione materiale ridotta agli elementi primari di calce e cemento, trasformando il cubo bianco in un luogo di energia ma anche di vaporizzazione dove il contenitore e il contenuto tendono a coincidere.
Proprio Material Interchange è stato il titolo che io, insieme a Dennis, avevamo voluto dare alla sua mostra di opere storiche organizzata lo scorso anno alla Galleria Fumagalli di Bergamo, che purtroppo si è rivelata essere la sua ultima esposizione in Italia.
Le conseguenze della sua indagine sono ancora in buona parte da indagare e troveranno una perfetta applicazione all’interno di una società caratterizzata da continui spostamenti dei confini storici e territoriali.
La prima conferma arriverà in estate dalla mostra che stava preparando con lui il suo amico e grande conoscitore Lóránd Hegyi al museo d’arte moderna di Saint-Etienne. Un progetto ambizioso ed elaborato che diventerà inevitabilmente il primo omaggio a Dennis.

In una sua celebre installazione, Stage Set for a Film, la facciata di un ipotetico set cinematografico nasconde una casa periferica con i suoi abitanti che interagiscono con la fiction inglobando la scultura nell’elemento reale. Gli Splashbuilding appaiono, invece, come esplosioni molecolari che prendono spunto dalla caduta della goccia d’acqua. Un processo semplice che determina la complessità, come il celebre battito d’ali di una farfalla. Ebbene si tratta di efficaci rappresentazioni di quel mondo ibrido e biomorfo a tratti fantastico che tanta parte ha avuto nell’indagine di Oppenheim.
Lui ha partecipato senza nostalgia e senza rimpianti all’incidente del futuro, dando vita al suo Alternative Landscape, titolo di una delle grandi installazioni esposte nel 2009 al Parco Archeologico di Scolacium nell’ambito della quarta edizione di Intersezioni, il progetto di scultura da me curato che lo ha visto protagonista. In quel caso, la neo Land Art inserita all’interno degli antichi reperti romani e bizantini prevedeva una natura geneticamente modificata di straordinario impatto emotivo. Il fatto che le sue opere agissero direttamente sul paesaggio era per lui determinante in base a una ricerca che non si limitava alla produzione di oggetti ma aveva lo scopo dichiarato d’interagire con gli osservatori. Per lui la Public Art era il superamento di un’esperienza troppo ingombrante come la Land Art: “Allora gli interventi sul paesaggio erano una provocazione intellettuale. Ora l’artista, così come l’architetto, può modificare concretamente il territorio”, affermava con quel suo caratteristico sorriso malinconico e ingenuo.

Se negli anni ‘60 Oppenheim interveniva sull’epidermide della natura, nell’ultimo ventennio ha identificato il proprio paesaggio parallelo e visionario ampliando lo spettro d’azione in un contesto che non ha pregiudiziali di sorta e può spaziare da Bernini a Brancusi, da Gehry a Disneyland, da Gaudí al deserto del Nevada.
In oltre quarant’anni di carriera, Dennis non ha mai avuto paura di volare confrontandosi perennemente con l’inatteso e il perturbante. La morte l’aveva già messa in conto, ma per lui era sin troppo prevedibile.

[di Alberto Fiz tratto da exibart]

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