Le bugie dei quesiti referendari

Leggo sempre con molto piacere quanto Luciano Biondo scrive, ha sempre qualcosa da proporre su cui riflettere. E io, che per una sorta di apatia comunicativa, stavo indugiando nel voler approfondire la questione referendum, inciampo su questa testimonianza, ripromettendomi di interrogarlo face to face tra qualche giorno.

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Incontro un amico e, dopo un po’, il discorso cade sugli imminenti referendum. “Il referendum su nucleare…” dice lui.

Sbagliato: non c’è nessun referendum sul nucleare. Quello che conta non è il titolo, ma il quesito referendario, dove sono precisate le norme da (eventualmente) abrogare. Tale quesito chiede se dobbiamo o no abolire un paio di commi, che obbligano a riflessioni accurate e a redigere un piano energetico prima di decidere l’eventuale costruzione di una centrale nucleare. Se vincono i sì, i commi vengono aboliti e decidere la costruzione di una centrale diviene più facile, perché non occorre fare nulla prima della decisione. Ciò chiarito, che ognuno voti secondo propria preferenza: tutte le scelte sono rispettabili, a patto di sapere fra che cosa si sta scegliendo.

“Ma la privatizzazione dell’acqua…” cerca di cambiare discorso il mio amico. Sbagliato ancora. Non c’è nessuna privatizzazione: qualunque sia l’esito del referendum, sorgenti e acquedotti sono e resteranno
pubblici. Il problema è se possano essere dati in concessione (cosa che già avviene per le acque minerali) a privati che intendono migliorarli, per guadagnarci, o se tutto deve restare allo Stato, che non ha soldi per migliorarli. Nel secondo caso, le tariffe resteranno più basse e non poche zone d’Italia continueranno a restare senza acqua corrente. Ognuno scelga quello che vuole, ma sia chiaro che le privatizzazioni, che significano un passaggio di proprietà, non c’entrano nulla. (Per evitare speculazioni politiche: non hanno trovato i soldi per tappare i buchi degli acquedotti né i partiti di centro, né poi le sinistre, né oggi le destre, né le autonomie locali di qualunque colore).

Ma allora, perché, a leggere i giornali sembrerebbe che si debba decidere tutt’altro? Piaccia o no, quello cui assistiamo è anch’esso marketing: divulgare notizie spudoratamente false per vendere cose che, altrimenti, si venderebbero con difficoltà (un esempio a caso: il proprietario del quotidiano la Repubblica ha cospicui interessi nella fornitura di pale eoliche, costruzioni terrificanti che producono elettricità per un valore centinaia di volte inferiore alle ricchezze turistiche che distruggono, senza contare gli effetti deleteri sugli animali di ogni tipo). Ma è questo il marketing per cui e con cui tutti noi, operatori commerciali, imprenditori, professionisti, lavoriamo tutto il giorno?

Auspico che qualcun altro inizi a ribellarsi a questo modo di interpretare il marketing, che indirettamente sputtana il nostro lavoro di operatori commerciali e la nostra serietà professionale. Auspico che marketing e vendita, compresa la vendita delle idee, tornino ad essere una cosa seria ovunque, e non solo in ambiti ristretti. Auspico che chi fonda il proprio successo sulla menzogna sia riconosciuto ed emarginato.
Anche l’avvento di un referendum può essere un’occasione per rendere pubblica la propria posizione su questa problematica, decidendo di votare o di rifiutarsi di votare dei referendum dove il quesito referendario è volutamente incomprensibile, allo scopo di lasciare il più ampio e pernicioso spazio a frottole gigantesche; decidendo se i venditori che raccontano falsità a raffica devono esse sostenuti oppure no.

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Copyright 2011 Luciano Biondo, Milano.
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One thought on “Le bugie dei quesiti referendari

  1. già, dovremmo incentivare l’ingrasso di pochi imprenditori sfruttatori? Meglio la gestione pubblica se ben controllata . L’energia da fonti rinnovabili non è fatta solo di eolico e sai quanti tetti abbiamo da riempire per il solare? Ma questo non fa piacere alle imprese che operano in oligopolio, tant’è che hanno stoppato gli incentivi alle fonti rinnovabili. Poveri noi…

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