Morire per un tweet (la morte di Bin Laden in diretta twitter)

La morte di Bin Laden sarà ricordata sicuramente per aver scandito un’ennesima tappa dell’emancipazione dell’informazione dalle morse di una gestione centralistica e professionale, quale quella fino ad oggi appaltata ai media convenzionali.
Uno degli eventi più riservati e strategici della storia è stato raccontato, passo passo, quasi in real time da vari testimoni che, pressoché involontariamente, sono inciampati su scie di twitter che annunciavano, documentava, riportavano aspetti dell’azione dei commandos americani in presa diretta.
Teneramente le redazioni italiane che si sono vantate di aver bruciato la concorrenza nel dare la notizia, hanno semplicemente letto in diretta i titoli della concorrenza, mentre da almeno due ore erano in circolazione sulla rete echi e rimbombi diretti dal Pakistan.
Quante suole di scarpe consumate, secondo la trita metafora che vuole i giornalisti battere i marciapiedi in cerca di notizie, vale la capacità di usare la rete senza doverla inseguire? Intendo dire che oggi l’autonomia e la competitività di una redazione poggia ormai sulla capacità di auto-progettare e ottimizzare la potenza della rete più di quanto dipenda dalle gambe dei suoi cronisti. Questa è una conquista non una sconfitta da metabolizzare.
Nelle ore dell’azione contro Bin Laden riuscire a capire che qualcosa si stava muovendo, che era in corso un evento, avrebbe dato a una testata il tempo e la materia per documentare direttamente la realtà, decifrando, con tempo e competenze sufficienti il gioco delle versioni.
Semmai qualcuno potrebbe obbiettarmi che i blogger avevano intercettato le notizie ma non ne avevano intuito la portata proprio perché non erano giornalisti professionisti. Non infierisco su quante volte giornalisti professionisti non hanno osato capire cose ben più semplici. Ma l’osservazione ha un senso: la strumentazione tecnologica è necessaria ma non sufficiente. Certo che chi è in grado di governare i flussi digitali deve anche avere strumenti e competenze per leggerli, con una sola accortezza che ripeto da tempo: slow news no news, dunque la velocità è parte del contenuto.
Questa circostanza, di un mosaico ricavabile solo dalla rete in velocità, si ripete infinite volte, ogni giorno per situazioni meno
clamorose dell’eliminazione di un capo terrorista ma non meno significative. Perdere tempo e ritmo nel fiancheggiare l’evolversi
di una notizia ormai significa essere relegati a una pura ripetizione di versioni altrui.
Questo vale in economia, nella cronaca nera, nell’analisi politica, nei resoconti su gli enti locali. Vale a tutte le latitudini e su tutti i temi. Questo è il motivo per cui parte rilevante della nostra democrazia, della nostra ambizione di essere non semplici consumatori di comunicazione altrui dipende da come si riorganizzano le redazioni, da come si reingegnerizza il modello industriale delle news.
La fusione di Newsweek con il sito web Daily Beast è un esempio: una redazione si ricostruisce attorno alla potenza di un server, e i giornalisti si guadagnano nuovo protagonismo proprio con la capacità di personalizzare le funzioni e le attività dello stesso server.
L’immobilismo del sistema informativo italiano, tutto centrato sul conflitto d’interesse e non su gli interessi concreti, condanna il nostro paese, una realtà che vive di immagine e senso comune, a rimanere subalterno. Siamo stati marginali su Bin Laden lo saremo sempre se non diventiamo autonomi e sovrani nel leggere la realtà, con la velocità e la competitività che il mondo impone.
Non a caso il califfo del terrore è morto proprio quando ha scelto di vivere senza connettività in rete. Bastava seguire twitter e avrebbe saputo che qualcuno stava per andarlo a trovare.

©Michele Mezza

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