Povera comunicazione digitale.. ma ancor di più: l’università

In queste settimane ho deciso di non rinnovare il mio contratto con l’università di Perugia per il modo  casermesco con il quale si procede in una materia che viene poco frequentata, e ancor meno, assimilata, ossia la nuova cultura comunicativa digitale.

Io credo che, lo dico subito, il copia incolla sia ormai un linguaggio del nuovo mondo.Un linguaggio complesso, creativo e maturo, che può essere respinto ed esorcizzato solo da chi cerca pretesti per difendersi dall’onda di disintermediazione che sta investendo l’intera società, l’Università  per prima.

Come spiegava Roland Barthes, l’intera nostra letteratura è un insieme di citazioni. Non dichiarate, aggiungo io.
L’intera cultura planetaria, in tutte le sue latitudini, è un processo di integrazioni e assorbimenti. Siamo tutti sulle spalle dei giganti, diceva Bernardo da Chartres.
A oggi i giganti sono accerchiati e soverchiati da una moltitudine di nani, che producono, scambiano, scelgono, citano remixano. È cambiata l’economia di base del mercato della creatività, che non è più caratterizzata da successioni lineari di pensieri, ma dalla contemporaneità e complementarietà delle momentanee riflessioni.
Tutto questo per dire che copiare, ossia acquisire, scegliere, selezionare è il comportamento ordinario del moderno letterato.
Ovviamente l’accortezza di segnalare la fonte rimane ancora una convenzione regolamentare. Così come lo è la raccomandazione di non appropriarsi di contenuti altrui in rete, o, magari, di non usare le tesi degli studenti per fare libri, tanto per rimanere in famiglia.
Ma la consuetudine ci sta portando lontano. Copiare in ambienti di limitata varietà di scarsa offerta è segno di capacità limitate. Copiare in ambienti segnati da una materia abbondante e alluvionale è segno invece di grande capacità di destreggiarsi e orientarsi nei nuovi linguaggi del networking.
Trovo davvero disarmante che in una facoltà di Scienze della comunicazione si possa derubricare tutta questa riflessione sotto l’atto autoritario di un semplice diniego alla laurea.
Mi era capitato di chiedere, qualche mese fa una riflessione, una discussione, un confronto, con i colleghi docenti, magari allargato in rete al mondo che ruota attorno all’indotto universitario. Non si è potuto realizzare.

Ora vedo che siamo all’estremizzazione della paura del nuovo. Ma, come in molti altri campi, credo che solo il calendario deciderà come e quando seppellire gli inadeguati. Nel frattempo, chi può se ne va.
Ma come dicevo vorrei  capire se riusciamo a fare noi quello che la facoltà non ha ritenuto di fare: ciò è discutere e ricercare.
Proviamo ad avviare una discussione, cercando in rete i riferimenti di un dibattito globale.
Ovviamente copiando, a man bassa.

©Michele Mezza

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