CON LA RETE COPIARE È UN DIRITTO

C’è un tempo per tutte le cose, e quello dell’era digitale – evidentemente – non è ancora giunto.

Nonostante gli special guest targati Michele Santoro, che sono un po’ la tv generalistatrasmigrata in rete per clonare il successo delle stesse idee mediatiche e farne dei ‘casehistory’ (e difatti quelle sono genialate, perché se lui Michele Santoro, ma gli altri fanno fatica a vedersi retribuire 0,01 centesimi per ogni riga di articolo prodotto, quando la collaborazione non è a titolo volontaristico).

Che l’Italia sia un trionfo di paradossi lo sappiamo bene e non ce ne meravigliamo più, nostro malgrado: proliferano le web tv che sbarcano il lunario trasmettendo i consigli comunali in diretta stream e l’informazione – a meno che non sia sponsorizzata da editori “abbienti” – sopravvive come meglio può.

I corsi di laurea universitari di Scienze della comunicazione, tuttavia, al di là del calo fisiologico da sovrapproduzione, continuano a essere frequentati e a sfornare dottori in un paese dove è ancora difficile comprendere i pro e i contro di internet. E in effetti si fatica anche a comprenderne le potenzialità: Internet ’ubriaca’ e ammalia, convince e seduce. Lo dimostra il fatto che esista una tendenza smisurata a clonare contenuti di altri,’dimenticando’ di citarne la fonte. È quello che è accaduto a un paio di studenti di Perugia (proprio di Scienze della comunicazione) che il giorno della laurea sono stati bocciati per aver plagiato testi e non aver dichiarato la copiatura. Alcun dubbio: rispediti a casa, perchè la vicenda fa un po’ a cazzotti col fatto che certi studenti debbano produrre una ricerca personale e laurearsi dottori.

Ma è anche vero che gli elaborati – nel 2011 – sono il frutto, anche, di copiature libere.Sarebbe inutile negare (per perbenismo?) tale realtà, o da struzzi mettere la testa sotto la sabbia e illudersi di essere capaci (tutti) di produrre ricerche e contenuti originali. Tanto vale aprire le frontiere.

Michele Mezzavice direttore Rai International e docente (ex dal prossimo anno) titolare del corso Teoria e tecnica dei nuovi media proprio a Perugia, riesce a indignarsi per la capacità dell’Università di negare la “dimensione della circolarità del pensiero” che si traduce in“integrazione delle azioni”.

La rivoluzione digitale sta introducendo ’abitudini nuove’ rispetto al passato. Cosa sta accadendo? 
“In realtà sono due le macro funzioni che stanno radicalmente mutando lo scenario di ogni attività cognitiva:
1. Ogni singolo pensiero e relazione umana è realizzata, mediata ed espressa tramite dispositivi di software. Quello che Lev Manovich, nel suo ultimo, lucidissimo saggio ‘Il software culturale’ riassume con la formula “tutto è software”. Io penso che sia proprio così. Dunque il problema è come sviluppare, personalizzare e, soprattutto, negoziare il software che diventa l’infrastruttura del pensiero e delle relazioni umane”.

2. Al centro di ogni funzione di produzione e di servizio vi è la collaborazione fra utente e centro produttore. Questa è l’altra straordinaria circostanza che sta rovesciando tutte le gerarchie del capitalismo occidentale, rendendo ogni attività da verticale a orizzontale e da separata a interconnessa. Tutto questo sviluppo di soluzioni collaborative, diciamo di socialnetwork, impone un nuovo linguaggio che è appunto il remix, ossia la rielaborazione di contenuti altrui.

La rete è una galassia di esperimenti, un po’ come l’università, il regno della ricerca.. ricca però di interazioni spontanee e assai creative. Qual è l’elemento che le contraddistinguemaggiormente?
“Come accennavo prima l’elemento che considero discontinuo e innovativo rispetto all’esperienza planetaria del secolo scorso è appunto l’interconnessione collaborativa, di cui il testimonial esemplificativo è l’open source. La possibilità di perfezionare, personalizzare, integrare, arricchire e condividere contenuti, servizi , applicazione e sistemi è oggi l’equivalente del vapore alla metà dell’Ottocento: una straordinaria forza motrice che spinge l’umanità oltre le soglie del futuro immaginato”.

Lei è anche docente universitario. Quali sono le difficoltà e/o limitazioni che riscontra nell’Università, appunto? 
“L’Università. Come altre istituzioni di mediazione (i partiti, i sindacati, gli intellettuali, la medicina, il giornalismo) è rimasta ben radicata nel secolo scorso. E questo non è la conseguenza di un limite culturale, “non si capisce che il mondo cambia”. Tutt’altro: si comprende troppo bene cosa e come sta cambiando e lo si rifiuta per istinto di sopravvivenza: l’attuale assetto universitario vuole solo perpetuare il proprio potere di intermediazione, e come tale allontana la rete dal suo centro decisionale”.

In questi giorni si fa un gran parlare delle restrizioni per la rete a tutela dei diritti d’autore. La notte bianca della rete, a suo avviso, che processo ha innescato?
“La notte bianca è stata solo un frammento di un processo ben più poderoso. La tendenza dell’umanità è quella di una condivisione totale dei contenuti. Non per una scelta ideologica o di valori di generosità, ma per una fredda constatazione economica: condividendo i contenuti si sviluppa di più e meglio il sistema economico. Questo punto ovviamente non ècondiviso da chi ancora conta su rendite di posizione che tenta di rallentare questa tendenza, allungando procedure e appesantendo i controlli. Ma siamo al tentativo di spostare i mobili nel titanic che affonda: cambia poco, la nave va giù lo stesso”.

Addirittura studenti in procinto di laurearsi, a Perugia – pioniera della comunicazione – vengono bollati come “ladri digitali” e bocciati. Cosa ne pensa? 
“I singoli episodi possono avere anche giustificazioni. Quello che non è assolutamente comprensibile è il fatto che una comunità che sostiene di studiare e riflettere sulle scienze di comunicazione ancora si attardi a discutere di bibliografie stampate, di originalità di contenuti, di criminalizzazione del copia incolla, quando il mondo ha dimostrato quanto avesse ragione Roland Barthes, ormai 40 anni fa, nel dire che tutta le letteratura non è altro che un insieme di citazioni. Non denunciate, aggiungo io. Questo lo diceva in piena età della penuria della produzione culturale, quando il copyright aveva persino un senso, e la copiatura era solo un modo furbo di aggirare la fatica della produzione originale. Oggi in piena età dell’abbondanza, quando in un minuto si caricano su YouTube filmati per 24 ore, costruire un documentario è solo fare un grande blob. La scelta e la selezione è il format del nostro tempo e il copia incolla ne è la grammatica. La compilation musicale ci ha insegnato che nell’abbondanza ci si esprime per selezione e non per integrazioni. Il non considerare, almeno come variante questa eventualità è davvero avvilente. È il motivo per cui non ho rinnovato il contratto di insegnante a Perugia”.

[tratto da L’Indro]

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