ARTISTI INVIATI SPECIALI DELLA SOCIETÀ PER INTERPRETARLA E RAPPRESENTARLA

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Un premio per la giovane arte under 35; una selezione di opere sit specific e una mostra collettiva di 12 artisti; un premio finale di 10mila euro e un modello di politiche culturali in progress: questi gli ingredienti che caratterizzano il “Premio Lum per l’arte contemporanea” promosso dall’Università Lum Jean Monnet di Casamassima, in provincia di Bari.

Giunto alla II edizione, l’iniziativa da subito si è inserita nel panorama dello star system dell’arte contemporanea, visti i nomi e i volti che hanno lasciato il segno del proprio passaggio e l’esperienza che ha arricchito sia l’una che gli altri: un nuovo modo di concepire il connubio tra estetica e retorica, società civile e ispirazione poetica. Obiettivo dell’ateneo privato infatti, sbrogliare la matassa del dialogo tra artista da una parte e società dall’altra; una variante ai percorsi informativi che l’Italia continua a collezionare e che non riesce a tradurre in capacità edificante per chi – l’artista – dialoga spesso con se stesso e interpreta le tracce antropologiche che lo circondano. Un laboratorio urbano e creativo che in questa seconda rassegna ha impressionato sulla tela il fare arte, non solo mostrare arte.

Se la prima edizione puntava a guardare l’arte come fattore di rigenerazione urbana (lo slogan era “L’arte cambia la città”), questa edizione ha tirato dritto verso la responsabilità dell’arte nei confronti della società e del suo modo di comunicare, dialogare appunto (lo slogan: “L’arte cambia la società”).

Il ponte che collega le due edizioni è il taglio: da informativo (la vetrina) è diventato formativo (il laboratorio).

Ecco che l’università muove i suoi passi nella collettività fornendo gli oggetti di riflessione autentici su cui capitalizzare i pensieri creativi per concretarli in azioni estetico-architettoniche: la città viene guardata con un occhio progettuale teso alla soddisfazione e all’appagamento dell’uomo che la popola.

Gli artisti sono gli “inviati speciali” nella società: così Achille Bonito Oliva, responsabile scientifico del Premio Lum 2 ha definito il loro impegno civile e artistico. L’artista sonda intelligentemente la società e la descrive nella sua arte, passando per un’istallazione piuttosto che una performance o una scultura o una fotografia. Il linguaggio è ciò che esprime la dialettica, la scelta dello stesso è la forma di comunicazione.

E così, la mostra collettiva dei 12 finalisti (gli artisti avevano partecipato prima a una open call che aveva visto la partecipazione di circa 300 artisti provenienti da tutto il mondo, e ai laboratori urbani dell’estate scorsa poi) evidenzia proprio la collegialità del percorso sviluppato, dall’esperienza di coabitazione alle lezioni frontali con i tutor di fama internazionale Liliana Moro e Olaf Nicolai, agli approfondimenti che gli stessi artisti hanno compiuto insieme ai curatori della mostra.

Hanno vinto il premio, a pari merito, Tomaso De Luca ed Emiliano Maggi, due giovani promesse che – tra l’altro – esprimono il connubio nord-sud: veneto il primo, romano il secondo.

Le opere vincitrici: Floating (30 giorni per spostare una colonna) di De Luca si ispira alla leggenda di San Nicola, la cui reliquia è custodita nella cripta della basilica di Bari. La leggenda narra che la colonna di breccia rossa provenga dalla demolizione di un palazzo nobile romano e che, gettata nel Tevere, nonostante il suo peso, miracolosamente galleggiasse. Recuperata, viene portata a Bari e adagiata in orizzontale, nel basamento della chiesa; durante i lavori di costruzione viene rinvenuta una mattina per incanto in verticale, quasi a voler sostenere le fondamenta dell’edificio. De Luca fonde così il miracolo della colonna con la tradizione del lavaggio delle ‘chianche’ (pietre bianche che caratterizzano la pavimentazione della città vecchia di Bari) poggiando una colonna di marmo su una lastra di sapone: ogni giorno, per 30 giorni, una donna della città vecchia, tornerà per ‘lanciare’ un secchio di acqua sul sapone provocandone lo scioglimento..

Te deum: sinfonia per un dio puro e selvaggio è l’opera proposta da Maggi, che ha concepito una statua dedicata a una creatura fantastica, una divinità canina a cui l’artista rivolge la sua devozione e quella “degli esseri umani che credono ancora e ancora si sentono ispirati dal mondo animale e da una libertà pura e selvaggia”, come spiega lui stesso. La statua è immersa inoltre in un’atmosfera in cui riecheggia una versione dell’inno del Te deum, eseguito con campanelli medievali. Un viaggio allegorico attraverso l’anima, la paura, l’amore e la morte.

Tra le opere in mostra spicca anche quella di Chiara Fumai, La donna delinquente, in cui lo spettatore incontra i fantasmi di quattro illustri uomini di scienza ottocenteschi (Filippo Bottazzi, Cesare Lombroso, Hugo Munsterberg e Charles Robert Richet) e del giornalista Luigi Barzini, invitati a discutere sui misteri psicocinetici della medium analfabeta Eusapia Palladino (1854-1918). Traendo spunto dalle divergenze tra le quattro perizie eseguite (in vita) dai partecipanti sul caso Palladino, la narrazione a quattro voci consente a ciascun partecipante di descrivere la performance psicocinetica di cui è stato testimone, di esporre la propria teoria e farsi contraddire dai colleghi. Senza giungere mai a una conclusione, le truffe di Eusapia ai danni degli scienziati, la sua irriverenza e la sua immaginazione, diventano metafora di un imminente cambiamento sociale.

Gli altri artisti in mostra sono Nico Angiuli con Incarnatio duabus rotis rotatis (ispirata alla produzione artistica di Pino Pascali); Carola Bonfili con Medioevo; Thomas Braida con I quattro cavalieri dell’Apocalisse; Loredana Di Lillo con Intolerant freedom; Francesco Fonassi con Timpani. Studio per una eco; Martino Genchi con Considera; Nicola Nunziata con Ibis rebidis; Carlotta Sennato con My voice can vibrate more than my physical body; e Valentina Vetturi con The playground.

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