L’arte povera di Germano Celant

1967-2011: invasione della corrente creata da Germano Celant in tutte le più grandi istituzioni italiane, oltre 250 installazioni in mostra, sette mesi di programmazione circa, una rete ideale per creare turismo eppure…

Durante la conferenza stampa di lunedì mattina, 24 Ottobre, alla Triennale di Milano, arriva una domanda acuta, probabilmente preparata o molto ben architettata: “Perché un anniversario dell’arte povera e l’idea che ancora oggi il movimento possa perdurare quando lo stesso Germano Celant aveva dichiarato chiuso il movimento già nel 1972?”
Davide Rampello, presidente dell’istituzione milanese, ribadisce il concetto della fluidità dell’arte e di teorie che si possono spostare, riprende, ricucire e agganciare ad un nuovo tempo e a una serie di espressioni in qualche modo derivate delle esperienze poveriste: vero, così com’è vero che l’immenso dispiegamento degli spazi istituzionali italiani si è mosso a favore dell’arte povera a partire dal catalogo generale, firmato dalla stesso Celant, nel 2010.Un progetto che ha messo d’accordo otto grandi istituzioni, ha riunito intenti e direttori intorno allo stesso tavolo e ad un nuovo catalogo, edito da Electa, di quasi 700 pagine.
Una mostra completamente italiana, di artisti italiani, intorno ad uno dei massimi movimenti artistici del Novecento mai avvenuti che ha avuto le sue origini proprio in Italia.
Una mostra irrinunciabile insomma, una collezione di opere presentate fino ai primi mesi del 2012 dal Mambo di Bologna, dal Castello di Rivoli, dal Madre di Napoli fino al Teatro Margherita di Bari.
Otto declinazioni dei temi fondamentali della corrente e di alcuni episodi salienti, come Arte Povera 1968 al Mambo di Bologna, che prende spunto proprio dalla mostra tenuta nello stesso anno alla Galleria De Foscherari, un anno dopo aver inaugurato la sua stagione d’oro, mai sopita, alla Galleria La Bertesca di Genova nel 1967.

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Un movimento esplosivo così come lo erano, negli stessi anni, la Land Art, l’arte Concettuale e la Body Art di cui si avvertivano i principi.
Ed è proprio perché si trattava delle scintille di un’epoca, proprio perché erano i colpi ben assestati di una presa di posizione, poetica ma anche politica, che fa un po’ di tenerezza guardare l’Arte Povera così riunita in grande stile e così bella, così blanda e rassicurante e così…anziana.
Come ci hanno insegnato i grandi sociologi del secolo breve, uno su tutti Jean Baudrillard, nei casi di grandi celebrazioni mediatiche solitamente l’effetto sortito anziché essere una riproposizione dinamica, scattante, vibrante di un’energia vitale è esattamente il contrario: è la chiusura definitiva di un movimento, la scrittura di un epitaffio. Un funerale di stato.
Attenzione: tutte le opere, indistintamente, sono meravigliose: le si guarda come sfingi, con la reverenza che si porta ad un oracolo, con la fascinazione per il mistico, ma l’assetto generale funziona come un obitorio.
Sempre durante la conferenza stampa Germano Celant ha parlato di spazio, delle migliaia di metri quadrati che servivano, servono e serviranno per mettere in piedi mostre d’Arte Povera, una superficie che la Triennale, per quanto riguarda la sua struttura, ha dichiarato essere di circa tremila metri quadrati…ma vedere nella stessa sala un’esplosione di trentadue metri quadrati di mare di Pascali, tre mappamondi di Boetti e le pietre di Giovanni Anselmo alle pareti, diciamo che non giova più di tanto a una buona fruizione delle opere che spesso, soprattutto al piano superiore, appaiono a livello percettivo soffocate, ammassate una sull’altra, mentre al livello inferiore si gioca sul concetto di “introduzione”, come se il mimetico o i mille fiumi di più lungi del mondo di Alighiero Boetti fossero vagamente relegati allo status di un antefatto.

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Cosa mi aspettavo dall’Arte Povera? Forse che la mostra in sé, per lo meno alla Triennale, fosse un po’ più povera, meno patinata forse, magari anche libera di mancare in alcune parti ma che avesse un gusto sperimentale ancora mosso e che non sembrasse già la mostra di una serie di Nike di Samotracia dei giorni nostri. Questo, incontentabilmente, mi aspettavo. Va bene, per carità, un percorso cronologico nelle carriere e nelle opere degli artisti che avevano aderito originariamente al movimento, si vedessero più spesso Alternando da uno a cento e viceversa, Le case girano intorno a noi o noi giriamo intorno alle case o Orchestra di Stracci – Quartetto, eppure c’è qualcosa di freddo che rasenta una fiera in questa Arte Povera 1967-2011, quantomeno alla Triennale di Milano.

matteo bergamini

(fonte Exibart)

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