LA SCENA DEL CRIMINE E LE CONDANNE INGIUSTE

Colpevolisti e innocentisti. Quando il delitto si consuma nelle coscienze

Roberta Bruzzone (ph. M. Falcone)

Spesso si condanna gratuitamente alla gogna qualcuno come responsabile di atti incresciosi e violenti perché riteniamo abbia l’aspetto del criminale (perché – si dice – ‘l’abito fa il monaco’), molte altre volte è la televisione (o l’informazione in generale) a plasmare la nostra percezione su un presunto colpevole. Molto spesso dunque, accade che il processo si compia nella nostra coscienza secondo quanto abbiamo appreso dai media o secondo quanto abbiamo ‘intuito’.

La storia insegna, in fondo: quanti errori di valutazione hanno commesso gli uomini (e continuano a commettere)? Quanti errori giudiziari si sono consumati nelle aule di tribunale perché – semplicemente – non si è stati in grado di valutare scientificamente la scena di un evento?

E gli italiani, popolo – ormai – di pantofolai giudici in vestaglia, come potrebbero davvero analizzare oggettivamente – da casa – una situazione nella quale non sono coinvolti in prima persona?

In quanti hanno gridato allo scandalo, quando Enzo Tortora fu riconosciuto innocente?

In quanti non hanno potuto gridare per lo scandalo di un giudice morto il giorno dopo l’assoluzione, dopo 20 anni di processo, perché non “i giornali non ne hanno parlato”?

Una manciata di settimane fa la notizia dell’assoluzione in secondo grado di Amanda Knox e Raffaele Sollecito: Meredith Kercher è ancora senza colpevole.

E poi ancora Sarah Scazzi, Melania Rea, Samuele Lorenzi, giusto per citare gli ultimi nomi che saltano subito alla memoria. Tutti omicidi ancora ‘incompiuti’.

Roberta Bruzzone, criminologa, psicologa forense e presidente dell’Aisf (Accademia internazionale di scienze forensi),  spiega, per esempio, i retroscena del crimine compiuto a Erba, nel comasco, nel quale sono rimasti vittime i coniugi Romano, oggi all’ergastolo, e per il quale era consulente della difesa. “Avevamo una serie di elementi – riferisce – che dimostravano come quasi nulla di ciò che hanno raccontato i coniugi Romano quadrasse con i rilievi scientifici”. La criminologa, analista della morfologia delle tracce, specializzatasi negli Stati Uniti,  racconta infatti la storia delle indagini malfatte, di intercettazioni non depositate o depositate in ritardo, di verbali firmati e poi rinnegati. Verbali, a quanto pare, tenuti nel cassetto e trasmessi all’autorità giudiziaria diversi giorni dopo. Durante quel processo è stata confutata l’attendibilità delle prove scientifiche raccolte dal Ris di Parma: nei rilievi che gli stessi Ris hanno prodotto – tra gli altri – sono stati omessi tanti passaggi. Uno di questi, per esempio, l’analisi delle impronte digitali e delle scarpe rinvenute sulla scena del delitto, ma che non risultano appartenere ai coniugi, così come alle vittime e agli operatori (Carabinieri, Pm, Polizia, difesa e via dicendo). Di chi erano quelle impronte?

La confutazione della prova scientifica, che dal 1999 ha cambiato il volto delle indagini, è l’architrave sulla quale si basa l’evoluzione del processo penale: a tutti è concesso il diritto alla prova e l’ipotesi di ricostruzione della scena del delitto. “Tra i profili genetici rinvenuti dai Ris sulla scena del crimine – sottolinea – non sono presenti quelli dei coniugi Romano, che sono stati rinvenuti solo nella loro abitazione”.

Numerose altre incongruenze sono state rilevate: i più curiosi possono approfondire la vicenda nel libro della stessa Roberta Bruzzone, Chi è l’assassino.

Resta intanto che in occasione si vicende di cronaca nera, gli italiani aspettano la ricostruzione pedissequa del delitto in tv, e come storia insegna, si dividono in colpevolisti e innocentisti: è una questione collegata alle nostre categorie antropologiche. Ci fidiamo del metodo induttivo e speriamo di ‘azzeccare’ il colpevole.

Peccato che molti innocenti siano finiti in prigione, tacciati come mostri, e con la vita frantumata: come uno specchio caduto in mille pezzi all’interno dei quali si riflettono tante anime senza ormai identità. Vite violate per sempre.

[Marilena Rodi su un settimanale locale del 14 gennaio 2012]

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