GLI INTELLETTUALI DI SINISTRA SPIATI DALLA POLIZIA, PERCHE’ SOSPETTATI DI PROPAGANDARE IL COMUNISMO IN ITALIA

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PRIMA DEL “GRANDE FRATELLO”, IN ITALIA DILAGAVA “IL GRANDE COMPAGNO”, STARRING GLI INTELLETTUALI DI SINISTRA SPIATI DALLA POLIZIA, PERCHE’ SOSPETTATI DI PROPAGANDARE IL COMUNISMO IN ITALIA – IL NUOVO LIBRO DI MIRELLA SERRI SCODELLA I RAPPORTI DELLA POLIZIA E NARRA UN DOPOGUERRA DA DELIRIO MACCARTISTA: TRA GASSMAN E DE SICA, GUTTUSO E EDUARDO DE FILIPPO, SEGNALATA “CON ALLARME” PERFINO NILLA PIZZI “REDUCE DA UN FESTIVAL DELL’AVANTI”!…


MIRELLA SERRI SORVEGLIATI SPECIALI
MIRELLA SERRI SORVEGLIATI SPECIALI

Mirella Serri è entrata in possesso dei rapporti di polizia su intellettuali di sinistra, Pci e Psi in questo dopoguerra. Ne ha tratto un libro, Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980), che la Longanesi si accinge a pubblicare, dal quale viene fuori un gustoso ritratto di due ingenuità, quella degli osservatori e quella degli osservati. Ingenuità che fanno quasi da contrappunto alla drammaticità di quei cupi anni di guerra fredda.

Il libro – che va inquadrato nel contesto descritto da due importanti saggi editi di recente: La guerra fredda. Cinquant’anni di paura e di speranza di John Lewis Gaddis (Mondadori) e Gli intellettuali e la Cia. La strategia della guerra fredda culturale di Frances Stonor Saunders (Fazi) – si apre con la storia di una mostra, «L’arte contro la barbarie», organizzata dal poeta Mario Socrate e dal pittore Mario Penelope per protestare, nel gennaio del 1951 (ai tempi della guerra di Corea) contro la visita in Italia del generale – e futuro presidente Usa – Ike Eisenhower.

Gli informatori descrivono i quadri di Renato Guttuso, Marino Mazzacurati, Domenico Purificato e altri come se si trattasse di ordigni esplosivi. La mostra, a cui si imputa «una perfida e criminosa finalità», viene chiusa e trasferita nella sede del Pci in via delle Botteghe Oscure. Il che, per gli osservatori, è la riprova del carattere eversivo di quell’esposizione di quadri.

PAOLO MIELIPAOLO MIELI

Nel 1952 i fulmini della polizia si abbattono su un’altra mostra, organizzata in Umbria da Ernesto Treccani per rappresentare la durezza del lavoro nei campi. I carabinieri fanno irruzione in una casa colonica di Città della Pieve, dove colgono Treccani in flagrante reato, «con il pennello in mano». C’è poi un’operazione a Rimini per stroncare forme di «propaganda comunista a mezzo di caramelle» («dette caramelle sono avvolte in una carta riproducente la bandiera dell’Urss»).

A Lucera viene sequestrato un pericoloso carico «contenente la lama del lavoratore» avvolta da carta con una bandiera rossa, falce e martello e la dicitura «che trionferà». Si segnalano con grande allarme l’attore Carlo Croccolo, e i cantanti («reduci da Sanremo») Nilla Pizzi, Oscar Carboni e Alberto Rabagliati a un festival dell’«Avanti!».

E ci si interroga sui motivi di questa presenza. Pagine sono dedicate a Vittorio Gassman, «un giovane estremamente intelligente, ma dal temperamento sensibile e irrequieto», che, influenzato da Luchino Visconti, «si sta avvicinando ai comunisti». Stessa attenzione nei confronti di Vittorio De Sica: il suo film Stazione Termini, si sottolinea, è stato prodotto «contro il volere dell’onorevole Andreotti», il che lo getterebbe tra le braccia di Palmiro Togliatti.

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Del regista Alfredo Zennaro è agli atti che «si sarebbe recato in un paese del Cominform, vuolsi la Cecoslovacchia, per girarvi un film a sfondo comunista»; ma anche che è separato dalla moglie, «una mulatta nativa di Mogadiscio che a sua volta convive con un noto giornalista»; al momento – si legge nelle carte di polizia – Zennaro è legato «a un’attrice di varietà comunista la quale ha madre e sorella anch’esse di sentimenti comunisti».

Sotto particolare osservazione è l’associazione Italia-Urss (nata nel gennaio del 1945). Fino alla conclusione degli anni Cinquanta, Italia-Urss è considerata, non a torto, una burocratica emanazione «del regime comunista moscovita, di cui diffonde ogni genere di propaganda». Il 28 maggio 1953 i carabinieri fanno irruzione in una casa privata di Poggio Mirteto (di più: viene poi sottoposto «a rigoroso controllo tutto il centro abitato e la periferia» della cittadina) dove è stato portato un proiettore con delle «filmine», vale a dire «materiale propagandistico a corto metraggio».

Di che si tratta? Film o fotogrammi tratti dalle seguenti pellicole: Mamme e bimbi in Unione Sovietica, Il deputato del Baltico, Si conobbero a Mosca(sull’amore ai tempi del comunismo), La grande svolta (sulla battaglia di Stalingrado), Il figlio del reggimento (sulla guerra contro l’invasione nazista), Il grande fiume russo Volga, Il palazzo dei pionieri di Tbilisi, Attraverso l’Unione Sovietica, Il terzo colpo (sulla liberazione di Sebastopoli).

«È stato ripetutamente segnalato», sta scritto in un’informativa, «che a volte vengono presentate, nel corso di riunioni promosse dai circoli del cinema, pellicole sprovviste di nulla osta di revisione cinematografica». Di qui la disposizione: «Ove le proiezioni effettuate venissero a perdere, nel corso di una manifestazione, il carattere strettamente privato per concretarsi in vere e proprie pubbliche rappresentazioni, in tal caso deve essere rigorosamente applicata la condizione del preventivo nulla osta di proiezione in pubblico». Altrimenti… A Trieste due marinai vengono acciuffati mentre, appena sbarcati con quattro bobine di uno dei film di cui sopra, «si dirigono verso la sede di Italia-Urss».

Renato GuttusoRENATO GUTTUSO

Proiezioni di «filmine» di propaganda provenienti dall’Urss si segnalano a Vittoria, Barletta, Padova, Reggio Emilia, Sassoferrato, Ancona e provincia (dove tali documentari vengono portati «all’interno di abitazioni di indigenti simpatizzanti del Pci») Siena, Cori, Gravina di Puglia, Bari, Torino e, ovviamente, Roma.

Ma oltre all’allarme per le «filmine» proibite, c’è quello per gli intellettuali che offrono pubbliche descrizioni dei successi dei regimi comunisti o resoconti mirabolanti di loro soggiorni in Unione Sovietica. La Serri nota come in questo esercizio si distinguano uomini e donne di cultura che precedentemente erano stati ammiratori di Mussolini, ad esempio Sibilla Aleramo e Leonida Repaci. Ma anche altri. Il 4 febbraio del 1951, al cinema Adriano di Roma, Emilio Lussu racconta di quando, tornando da Mosca, si è fermato in un negozio di giocattoli per acquistare «un fuciletto o un carro armato» da portare in dono al figlio.

Il negoziante lo ha gelato così: «Ai bambini sovietici sono sconosciuti i giocattoli che riproducono ordigni di guerra». Lussu considera quelle parole del giocattolaio come una prova definitiva del pacifismo sovietico. Carlo Salinari riferisce di aver visto con i suoi occhi che «in Russia i lavoratori, a differenza di quelli italiani, operano in un ambiente di assoluta serenità e di grande conforto, il che li sprona a dare il massimo contributo per le realizzazioni industriali».

E giura di aver altresì constatato che lì «si può persino criticare l’impostazione del lavoro, esprimere dubbi, perplessità». Antonio Banfi racconta che al termine di una conferenza due ragazzi sovietici gli hanno detto: «Noi siamo tanto felici e dite ai giovani italiani che auguriamo loro di essere felici come noi». «Questi giovani», prosegue Banfi, «leggono e commentano i nostri classici, quelli che la politica clericale vuol far sparire dalla nostra cultura».

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Se ne poteva concludere – sempre per Banfi – che la «patria naturale» di Giordano Bruno e di Giuseppe Verdi era Mosca. Lucio Luzzatto sostiene che in Urss la ricostruzione postbellica è stata «perfetta» («fino all’ultimo vetro rotto») e l’ex partigiana Ada Alessandrini afferma che nella patria del socialismo è stata «raggiunta la parità tra i sessi». Michele Giua si dice persuaso che «i principi fondamentali della scienza moderna prima che da Lavoisier sono stati anticipati da scienziati russi e persino il fondatore della fisica atomica è russo».

Anche l’italianista Francesco Flora si dice ammirato «dalla ricchezza delle librerie e delle biblioteche dove ho visto leggere autori italiani, fra cui Dante, Petrarca, Leonardo, Giordano Bruno, Tasso» e definisce il proprio viaggio in Unione Sovietica «l’evento più importante della mia vita».

Italo Calvino, reduce da Mosca, offre la prova del suo essersi trovato nel regno dell’uguaglianza: lì, a veder camminare la gente per strada, ha capito immediatamente la diversità da ciò che aveva percepito «nel centro di Milano, di Vienna o di Parigi»; «non siamo nella “via dei ricchi” né nella “via dei poveri”, non si può fare i conti in tasca alla gente vedendola passare».

A sinistra il mito dell’Urss staliniana varca anche i confini del Pci. Ancora nel 1952 a Torino in un’assemblea operaia, registrano gli informatori, il socialista Oreste Lizzadri e il comunista Luciano Lama tessono le lodi dell’operaio Stakhanov, che in sei ore ha estratto 102 tonnellate di carbone, pari a 14 volte la quota prevista, e viene fatto salire sul palco l’emulo italiano dell’eroe del lavoro russo: è l’operaio Buzzacchione, che si è distinto in Urss e ha per questo ricevuto in dono un’automobile e un viaggio premio lungo le rive del Volga da Gorkij ad Astrakan.

E se qualcuno osa insinuare dei dubbi … Alla fine degli anni Cinquanta, cinque scrittori sovietici, in un dibattito a Roma, ricevono domande che reputano sconvenienti. Il 1° febbraio 1959, nel corso di una riunione di Italia-Urss (a seguito della entusiastica relazione introduttiva di Ranuccio Bianchi Bandinelli) Aida Abbatesciani, dopo essersi dichiarata «accesa comunista», attacca il segretario uscente di Italia-Urss Salvatore Maccarone per non essersi opposto a che fossero formulate le domande «disgustose» di cui sopra, che avevano «umiliato» gli scrittori.

vittorio gassmanVITTORIO GASSMAN

Raffaello Ramat toglie la parola a un reduce della campagna di Russia che si era azzardato a chiedere chiarimenti sul destino dei dispersi. Ma c’è anche qualcuno che dà prova di un qualche coraggio (per l’epoca): come Carlo Muscetta, che si azzarda a proporre un’edizione russa del Dottor Zivago o Carla Voltolina, la moglie di Sandro Pertini, che gli dà man forte. Mara Muscetta (figlia di Carlo) afferma che il cinema sovietico «è ancora sottoposto a un rigoroso controllo poliziesco».

Lucio Lombardo Radice – ma siamo in anni successivi – accusa i Paesi socialisti di non tollerare libertà di culto e di pensiero (affermazioni che vengono accolte da un «boato di disapprovazione»). Sono pochi però. Calcola Mirella Serri che i disobbedienti «si contino sulle dita di una mano». Infinitamente di più quelli che si adattano. Alberto Moravia, secondo le informative di polizia, in più di un dibattito «s’è completamente allineato, sulla questione del realismo socialista, al punto di vista dei comunisti».

In seguito, sotto la guida, dal 1961, dello storico Paolo Alatri, l’associazione cambierà. Ma non molto. Assieme a comunisti ultra ortodossi come Ambrogio Donini e Paolo Robotti, vengono coinvolti Riccardo Lombardi, Giulio Einaudi, Luigi Russo, Cesare Musatti, Vito Laterza, Walter Pedullà, Claudio Abbado, Franco Ferrarotti, padre Ernesto Balducci, Tristano Codignola, la teologa Adriana Zarri, esponenti dc come Fiorentino Sullo, Luigi Granelli e il futuro ministro di Berlusconi Giuseppe Pisanu. Perché è stato scelto Alatri?

Qualche tempo prima, a ridosso della crisi che aveva colpito il Pci dopo l’approvazione togliattiana dell’intervento armato dei sovietici per reprimere la rivoluzione ungherese del 1956, Alatri aveva tenuto a Firenze una conferenza sullo squadrismo che, a detta degli informatori, aveva registrato un grande successo «nel settore della media borghesia, tra gli studenti, gli insegnanti e gli intellettuali, anche per l’abile mimetizzazione dell’iniziativa che tende, in realtà, a divulgare il pensiero e la dottrina marxista».

Qui Mirella Serri mette in evidenza come l’estensore della nota aggiunga parole assai interessanti: «Tale attività è facilitata dall’assoluta mancanza di iniziative di natura culturale da parte dei partiti democratici». È così che era stato portato ai vertici, prima napoletani poi nazionali, dell’associazione Eduardo De Filippo, che fino a quel momento «nonostante i non pochi tentativi di accostamento, non aveva mai preso posizione, nemmeno in modo indiretto, a favore dell’ideologia marxista».

Secondo un informatore, «la partecipazione del De Filippo deve essere frutto di un deplorevole opportunismo e, forse, di dispetto verso gli organi governativi e gli ambienti ufficiali dello spettacolo». Gli erano appena stati bocciati due progetti cinematografici; Italia-Urss lo risarcisce organizzando una trionfale tournée di Filumena Marturano a Mosca.

luciano lamaLUCIANO LAMA

Negli anni Sessanta l’associazione promuove una grande campagna per l’insegnamento della lingua russa nelle scuole italiane. Il preside della facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Bari, Mario Sansone, si dice certo che tale insegnamento sia «particolarmente utile» alla sua città.

Il direttore della Biblioteca nazionale di Palermo, Giovanni Simionato, sostiene l’iniziativa definendola «necessaria per sviluppare il nostro arretrato Mezzogiorno». Lo storico Luigi Bulferetti afferma che l’insegnamento del russo dovrebbe soppiantare quello dell’inglese, in quanto di «migliore applicazione pratica». Si dicono d’accordo con questa teoria Alberto Carocci, l’orientalista Giuseppe Tucci, l’editore Vallecchi e molti altri.

Talvolta gli informatori di polizia offrono resoconti di battibecchi e di scontri. È il caso di un grande convegno antifascista del 1961 – alcuni mesi dopo la rivolta contro il governo Tambroni – quando un esponente del Movimento federalista europeo, il fiorentino Carlo Nocentini, riferendosi agli scontri dell’anno precedente, obietta che in democrazia non si dovrebbe «rispondere alle violenze con le violenze e che bisogna combattere il neofascismo non con le manifestazioni di piazza ma con dibattiti aperti e con una critica convincente».

Nocentini aggiunge di essere «contrario all’abuso degli scioperi politici che dovrebbero essere di pertinenza dei partiti mentre la Cgil dovrebbe occuparsi degli interessi dei lavoratori». Definito «reazionario e monarchico», l’oratore viene allontanato «tra grandi tumulti». È il caso anche delle assise dei Comitati di liberazione nazionale che si svolgono a Torino nell’ottobre 1965. Sul palco ci sono Giovanni Gronchi, Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Giorgio Amendola, Giuliano e Giancarlo Pajetta.

Presenti anche il sottosegretario dc Carlo Donat Cattin e il sindaco di Torino, anch’egli dc, Giuseppe Grosso. Viene proiettato un documentario che spiega come Trieste sia stata liberata, invece che dagli Alleati, dai partigiani jugoslavi. Il sindaco democristiano di Trieste, Gianni Bartoli, denuncia la menzogna e accusa il collega torinese di non aver vigilato sul contenuto del filmato. Il pubblico accusa Bartoli di essere un «fascista». Grosso si scusa.

Ma «l’Unità» definisce la sua una «precisazione fuori luogo» e biasima «l’ondata di dannunziano nazionalismo che si era scatenata nella sala dopo l’intervento di Bartoli». E siamo, sottolinea la Serri, non già nel 1945, bensì a venti anni dalla fine della guerra.
Del resto, nell’ottobre del 1967, quando Italia-Urss celebra i cinquant’anni della Rivoluzione russa, perfino uno dei dirigenti del Pci meno ortodossi, Umberto Terracini, definisce l’Unione Sovietica «lo Stato più avanzato del mondo per il progresso tecnico scientifico» ed esprime l’augurio che possa proseguire il suo cammino negli anni futuri. Simili propositi verranno espressi pressoché all’unanimità da parte dell’intellighenzia di sinistra nel 1970, in occasione del centenario dalla nascita di Lenin.

I riti delle manifestazioni di amicizia tra Italia e Urss proseguiranno fino alla seconda metà degli anni Ottanta. È l’Urss che, a un certo punto, si sottrae. In una relazione da Reggio Calabria si legge che i comunisti locali denunciano «un fatto spiacevole»: esisteva un accordo per cui «le settimane della cultura sovietica dovevano essere tenute a turno un anno in una regione italiana e, quello successivo, in uno Stato dell’Urss»; la regione italiana ospitante, in altre parole, avrebbe dovuto essere poi ospitata «a spese dell’Urss»; da tempo però, lamentavano i comunisti reggini, queste «giornate di ritorno» non venivano più organizzate e «nulla autorizza a pensare che lo saranno mai più».

Claudio AbbadoCLAUDIO ABBADO

E infatti…Ma torniamo indietro. Negli Anni Sessanta, incontriamo lo storico della Resistenza Roberto Battaglia che, in campo didattico, invita «a procedere spediti sulla falsariga della sperimentazione bulgara». E indica nella Cina di Mao «la nuova frontiera della democrazia», magnificando la «meravigliosa ascesa del popolo cinese in campo culturale e scientifico».

Paolo Sylos Labini, reduce da un viaggio a Pechino, si dice entusiasta del «perfetto funzionamento dell’economia cinese». Cesare Musatti ha analoghi accenti nei confronti del Vietnam. Il giornalista Saverio Tutino esalta il regime castrista e si entusiasma per la fusione di tutti i giornali cubani sotto un’unica testata «a grandissima tiratura». Soffia il vento dell’Est e cominciano ad esserne investiti dirigenti dello stesso Pci.

È il caso di Antonello Trombadori che, racconta un informatore, a Firenze è contestato da Angiolo Gracci, segretario della locale sezione del Partito comunista d’Italia, un gruppo marxista-leninista, che lo esorta a essere «più energico». «Rosso in volto», prosegue il rapporto, Trombadori reagisce: «Siete degli utopisti, non capite niente di questo nostro periodo storico».

Capo del partito di Gracci è, annotano gli agenti, un farmacista della piccola frazione di Pontasserchio dalle parti di San Giuliano Terme, Fosco Dinucci, il quale riceve – mimetizzati tra pasticche e sciroppi – venti chilogrammi di opuscoli e riviste dall’associazione Italia-Albania. Nel fascicolo di polizia sono riportate missive di Aldo Tortorella e di Achille Occhetto con le quali si diffidano gli edicolanti iscritti al Pci o semplici simpatizzanti dal diffondere «Nuova Unità», organo del partito di Gracci e Dinucci.

Durante il Sessantotto gli informatori sorvegliano con grande intensità l’editore Giangiacomo Feltrinelli e registrano lo scontro che, nel corso di un’assemblea all’Università di Roma, ha con gli studenti, i quali non vogliono ascoltare i suoi proclami e gli chiedono di limitarsi a finanziare il loro movimento con qualche milione di lire.

Sotto osservazione anche il fondatore dell’Unione dei marxisti leninisti, Aldo Brandirali, e il direttore di «Quaderni Piacentini», Piergiorgio Bellocchio («appartiene a famiglia di agiate condizioni economiche», viene specificato nel rapporto).

Relazioni vengono redatte anche sui registi Marco Bellocchio e Salvatore Samperi, sugli attori Lou Castel, Gian Maria Volonté, Vanessa Redgrave, sui giornalisti Giampiero Mughini, Toni Capuozzo («si è sempre fatto notare per faziosità e intolleranza»), Paolo Liguori, detto «Straccio» (fa parte di «un gruppo di giovani capelloni che, dopo aver acquistato nella zona di Marsala un carretto e un mulo raggiungeva Gibellina… per dialogare con la popolazione del luogo e propagandare un nuovo sistema di società») ed Enrico Regazzoni (segnalato alla guida di una Jaguar in compagnia di un’amica), su Mario Geymonat, Federico Stame, Sergio Spazzali, Renzo Del Carria ed Edoarda Masi, Massimo L. Salvadori.

L’Università è in piena rivolta. Lo storico Rosario Romeo non si presta alle procedure di esame imposte dagli studenti. Non vuole sospendere le prove. Un corteo raggiunge la sua aula. Al che, «assediato dal gruppo di giovani», Romeo «si è rifugiato nel bagno». Riesce a uscire e si rintana nella sala dei professori che gli studenti sbarrano con tavoli, poi «rimossi dagli uscieri».

Romeo a questo punto «è oggetto per circa mezz’ora di insulti minacce e spinte, nonostante l’intervento in suo favore di alcuni studenti». Reagisce definendo «miserabili» i suoi assalitori che, a loro volta, gli danno del «buffone». Il preside della facoltà di Lettere, Franco Lombardi, commenta pubblicamente: «Non ho mai visto in tutta la mia lunga carriera di docente uno schifo del genere!

A voi studenti mancano l’esperienza del ventennio fascista, i disagi della guerra e del periodo postbellico». Ma, aggiungono i poliziotti, questo genere di reazione non è unanime: «Il professor Gabriele Giannantoni e il professor Alberto Asor Rosa hanno annunciato che si rifiuteranno di sostenere esami finché le istanze degli studenti non saranno accolte e hanno disapprovato la presenza della polizia nell’università».

Nel settembre 1968 a Jesi il gruppo consiliare del Pci blocca la visita dell’addetto culturale dell’ambasciata statunitense in occasione della rappresentazione della Lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, messa in musica dall’anconitano maestro Pio Boccosi.

Giuseppe PisanuGIUSEPPE PISANU

Motivazione: «Non è ammissibile che… il nostro Comune ospiti il rappresentante di un Paese imperialista che con la forza delle armi reprime ogni volontà di libertà e indipendenza dei popoli». Il parroco della piccola comunità di Vispa (Savona), don Angelo Billia, annuncia l’intenzione di mettere in scena Mistero buffo di Dario Fo e Franca Rame. Il vescovo esorta don Billia a soprassedere. Ma, scrivono gli agenti in borghese, «il parroco non teneva in alcun conto l’invito e lo spettacolo veniva ugualmente rappresentato».

Poi aggiungono: «È degno di nota il fatto che nella rappresentazione vengono messi in ridicolo e vengono attaccati con acrimonia Papi e vescovi con espressioni anche volgari».
È accusato di aver offeso la Chiesa anche Ulisse Benedetti, fondatore e animatore del locale romano d’avanguardia «Beat 72». Benedetti «ha richiesto la licenza per poter tenere pubblici intrattenimenti danzanti».

Ma – denunciano gli agenti in borghese – non si tratta di balli normali, bensì di una «parodia della santa messa». La sacra funzione viene, «come in un sabba demoniaco», oltraggiata «dall’attrice Trombetti Laura, ovvero Laura Betti», che «con capelli cotonati e occhi bistrati» si è esibita in «una messa rossa con spogliarello». Lo ha fatto «con una processione burletta, davanti a un altare in miniatura con candelabri e immagini sacre», davanti al quale si è tolta tutti i vestiti.

Assai impetuosi nei confronti della Chiesa, gli intellettuali sono però molto più timidi quando si parla di Unione Sovietica. Sempre al «Beat 72» è di scena la scrittrice Elsa Morante per discutere di controcultura. I ragazzi scalpitano raccontando episodi di repressione dei beatnik nelle società dell’Est, ma la Morante minimizza e scantona. E all’assemblea in ricordo di Jan Palach, il giovane cecoslovacco che il 16 gennaio del 1969 si diede fuoco per protestare contro l’invasione dei carri armati russi, si presenta – è scritto nel rapporto di polizia – un solo uomo di spettacolo: Gianfranco Funari.

Qualche coraggioso, registrano gli informatori, avanza dei dubbi in pubblico. Aldo Tortorella all’attivo provinciale del Pci di Varese denuncia che l’Urss «non ha onorato le risoluzioni prese dal XX congresso del Pcus, e cioè la destalinizzazione, la coesistenza pacifica e il profondo rinnovamento dei partiti comunisti». Il ventiseienne segretario della Federazione giovanile comunista italiana, Claudio Petruccioli, rimprovera i dirigenti dell’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia di aver «istituzionalizzato la pratica dell’antifascismo».

Gianni Corbi, futuro direttore dell’«Espresso», contraddice Pietro Ingrao a seguito di un’imbarazzante esaltazione di Cuba. Gian Giacomo Migone osa dire in un’assemblea sul Vietnam al Teatro Lirico di Milano che per il fatto che solo il 32 per cento degli americani sono dalla parte del presidente Johnson, ciò non significa che il restante 68 per cento tifi per i vietcong. Ma, nota Mirella Serri, «nessun intellettuale leva la propria voce contro le settimane dell’amicizia organizzate da Italia-Urss». Solo «gli esponenti del Partito radicale le trovano inopportune».

In anni passati «Marco Pannella ed Ernesto Rossi sono stati frequentemente monitorati dalla polizia politica mentre erano impegnati a stoppare le prese di posizione dei compagni comunisti». Per esempio, sono stati pronti a criticare Terracini (con il quale, pure, dialogheranno in molte occasioni) «appassionato sostenitore della tesi che sull’Urss sventola la bandiera della libertà e che gli intellettuali devono sentirsi in soggezione perché nel Paese del socialismo reale sono state raggiunte sostanziali conquiste».

Pannella e Rossi «si oppongono assai fermamente a queste affermazioni» e, recita un rapporto su un meeting all’hotel Universo di Roma tenutosi il 23 marzo 1964, «ricordano al senatore comunista gli eccidi commessi da Stalin e, in seguito, dalle truppe sovietiche in Ungheria».

I radicali, aggiunge Mirella Serri, «continuano negli anni a ribadire la loro opposizione alle settimane dell’amicizia Italia-Urss, trovandole inopportune soprattutto dopo l’invasione nel 1968 della Cecoslovacchia, mentre inalberano anche cartelli sulla repressione degli omosessuali in Urss». A differenza di quel che accade in tutti ma proprio tutti gli altri Paesi dell’Europa occidentale, sono gli unici, a sinistra.

[di Paolo Mieli, fonte Dagospia]

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