DAGLI USA: ISRAELE PREME MA OBAMA DIALOGA

L’atomica è contro il Corano, l’Iran non attaccherà

“Obama ha risposto, ma l’ha fatto volteggiando alla sua maniera spesso inconsistente, spesso fascinosa, come un torero nella corrida, piroettando, sventolando una bandiera di speranza di fronte a un pubblico immenso che voleva comunque amarlo e farsi amare perché sa che sarà lui il prossimo presidente, di nuovo. Alla vigilia del supermartedì in cui l’America ha deciso il candidato repubblicano, gli ebrei americani hanno comunque offerto a Obama un palcoscenico gigantesco per ribadire ciò che tutto il mondo mette continuamente in discussione: la sua simpatia per Israele”. Questo scriveva qualche giorno fa Fiamma Nirestein (giornalista ed esperta del mondo arabo-israeliano, secondo il quotidiano Jerusalem Post, tra i “50 ebrei più influenti del mondo”), mentre negli States si svolgeva l’incontro tra il presidente americano in carica, Obama, e il primo ministro di Israele, Netanyahu, per decidere le sorti di un ipotizzato, incombente conflitto con l’Iran. La dichiarazione di guerra avrebbe potuto arrivare tra la primavera e ottobre, ma molto è rimasto appeso nelle fasi di diplomazia che Obama ha cercato di mettere in campo (date, le elezioni imminenti). E a quanto pare la diplomazia ha avuto la meglio. Almeno per ora.

L’atomica sarebbe contro il Corano, quindi sarebbe difficile ipotizzare che l’Iran possa prevedere di utilizzare un’eventuale bomba per sterminare il popolo israeliano; piuttosto servirebbe allo stesso Iran per emanciparsi e offrire al paese un basso costo per l’energia.

Non dimentichiamo tuttavia la prevenzione americana, che nel novembre 2009, pose sotto sequestro, 4 moschee nel Maryland, a New York, in California e in Texas, sospettate di raccogliere fondi illegalmente per finanziare l’atomica iraniana. Sono passati tre anni, il presidente allora era Obama, e lo stesso democratico potrebbe essere confermato alla guida degli Stati Uniti nel novembre prossimo.

Di nuovo, per chiarirci le idee e avere qualche anteprima, abbiamo risentito David Montanari, l’ingegnere nucleare del Fermilab, a capo di progetti che potrebbero cambiare il voto della produzione di energia nel mondo.

Iran e nucleare: ma a che punto siamo davvero? L’Aiea ha lanciato un nuovo allarme: fa parte della strategia del terrore o c’è da preoccuparsi seriamente?

Sembra che Teheran avesse intenzione di invitare gli ispettori della Aiea a visitare il sito di Parchin, ritenuto uno dei luoghi di possibile esecuzione di test “sospetti”. Ma non si è ancora concretizzato niente. Teheran dichiara di voler prima siglare un accordo sull’oggetto specifico della visita: la Aiea vorrebbe libero accesso a tutto il complesso, mentre l’Iran vorrebbe consentire solo un accesso limitato a talune aree. L’aera è ritenuta calda per vari motivi, da immagini satellitari appare un eccesso di attività, e questo viene visto come un tentativo di “ripulire” la zona prima di un eventuale controllo.

Israele vorrebbe attivarsi contro la bomba atomica dell’Iran: per paura o competizione?

Durante gli ultimi mesi Israele si è sempre espresso a favore di un intervento attivo per risolvere la questione del nucleare iraniano. Israele ha sempre manifestato una natura interventista in queste situazioni, soprattutto se vicine ai propri confini. Lo definirei più istinto di sopravvivenza, accompagnato da consapevolezza nei propri mezzi, ma soprattutto nei propri alleati. C’è poi sicuramente anche il desiderio di mantenere lo status-quo delle cose e la propria indipendenza nella regione, senza doversi guardare continuamente le spalle.

Le misure restrittive adottate dagli Stati Uniti sembrano un po’ morbide. Obama pensa al mandato presidenziale, pare, più che a risolvere i problemi in medioriente..

Obama ha scelto la via della diplomazia e ha sempre osteggiato gli interventi militari. In fin dei conti ha appena terminato il ritiro delle truppe americane dall’Iraq! Ha fortemente voluto (e continua a volere) il dialogo e si è mosso di conseguenza, cercando sempre di lasciare aperta la porta al dialogo e di fare pressione sul governo iraniano per riprendere le trattative. La strategia potrebbe dare i suoi frutti: Teheran ha infatti richiesto da poco di riprendere le trattative a Catherine Ashton, capo degli affari esteri dell’Unione Europea. A questo punto il mondo occidentale si trova in una posizione di forza, in quanto ha ricevuto una richiesta di dialogo, non ha iniziato il dialogo. E può sfruttare questa possibilità per evolvere la situazione e portare chiarezza.

La situazione è chiaramente molto delicata e complessa, in quanto gli interessi in gioco sono alti e molteplici; tra questi il petrolio, di cui l’Iran è un significativo esportatore.

11 anni di inutile attesa e British gas se ne va da Brindisi (ex base Usaf americana). Colpa degli ambientalisti, delle leggi italiane, dello stato di diritto che si inceppa e non da garanzie, richieste esagerate da parte della società o corruzione della burocrazia italiana? E dalla Russia siamo ancora in attesa del gasdotto. Ma l’Italia troverà pace?

La sentenza non è ancora stata emessa, quindi al momento posso solo speculare, ma mi sembra uno dei problemi storici dell’Italia: nessun comune vuole gli impianti industriali sul proprio territorio, ma tutti vogliono però energia elettrica, possibilmente a basso costo. O troviamo il modo di spostare tutta la produzione industriale al largo delle coste, a una distanza tale per cui nessuno si lamenti, oppure bisogna trovare un compromesso.

Il rigassificatore è un impianto essenziale del processo di trasporto e utilizzo del gas naturale. In prossimità del porto, o della zona di attracco delle navi che trasportano il gas naturale, e vicino alla rete di distribuzione, il suo scopo è quello di trasformare il gas naturale dallo stato liquido, utilizzato per il trasporto marittimo, a quello gassoso, utilizzato per il trasporto terrestre nei gasdotti.

Lo stesso dicasi per le centrali elettriche, di qualunque natura esse siano. Quelle nucleari non vanno bene, perché sono nucleari, quelle idroelettriche perché consumano acqua, quelle a gas, perché consumano gas, quelle eoliche perche deturpano il paesaggio, e così via.

Tutti quanti però utilizziamo energia elettrica, vogliamo continuare a utilizzarla e ci lamentiamo perché costa troppo.

Costa troppo perché compriamo quasi l’80% dall’estero, e produciamo solo una minima parte del nostro fabbisogno. A questo squilibrio contribuisce non solo una non ottimale politica energetica nazionale, ma anche la difficoltà a disseminare gli impianti di produzione sul territorio.

Manca la cultura civica.

La creazione di un nuovo impianto, dovunque esso sia, porta lavoro e un incredibile movimento all’economia locale. E tutto questo dovrebbe valorizzare la località scelta, e portare innumerevoli benefici ai cittadini.

Invece succede che 11 anni, in cui sono stati investiti 250 milioni di euro, non sono sufficienti all’espletamento delle pratiche, e, giustamente, chi ha investito decide di andarsene. Tralasciando le implicazioni legali e penali della vicenda, che sono ancora in corso (e possono rivelarsi contro oppure a favore), ma che hanno contribuito in maniera limitata alla conclusione di questa vicenda.

E questo è solo un degli innumerevoli esempi.

[Marilena Rodi su un settimanale locale del 10 marzo 2012]

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