Il ministro Brunetta guarda al Meridione. L’Unità d’Italia è realtà o ancora utopia?

Per Donzelli editore, un saggio su federalismo, legalità, strategie,
per riconsiderare lo sviluppo del Sud alla luce della crisi globale
Centocinquant’anni di Unità d’Italia corrispondono, amaramente, a centocinquant’anni di “Questione meridionale”: «Ci rassegneremo a tenercela per sempre, questa questione, considerandola una specie di caratteristica nazionale ineliminabile? Oppure vogliamo provare finalmente a invertire la rotta?». Al riguardo, Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione e l’Innovazione dell’attuale governo Berlusconi, è ottimista. La “sua” rivoluzione per i cittadini pare stia producendo risultati soddisfacenti e, provocatore qual è, ci riprova con il suo ultimo libro, Sud. Un sogno possibile (Donzelli editore, pp. 202, € 16,00), nel quale documenta, con numeri e percentuali, la lunga serie di finanziamenti a favore del Mezzogiorno e ne critica al contempo l’utilizzo, non perdendo occasione per tornare sul suo punto di vista e riproporre idee già lanciate quattordici anni fa.
«Ma io credo pure, che gli uomini sian tanto meno feroci quanto meno sono poveri, che i progressi della industria avranno per effetto un raddolcimento di costumi, e un botanico mi ha detto che il biancospino, se trasportato da un terreno secco in uno grasso, dà per ogni sua spina, un fiore». Con questa citazione del deputato Giustino Fortunato (1911), Brunetta inaugura le pagine della Prefazionericordando ironicamente quanto inchiostro sia stato versato sulla condizione del Meridione d’Italia e dichiarando che verosimilmente ogni libro sull’arretratezza del Sud dovrebbe essere l’ultimo. Il riferimento, nemmeno tanto tra le righe, è al fallimento della politica: «alle cose non fatte, più che a quelle fatte». E continua: «Abbiamo sistemato i nonni, abbiamo soddisfatto i padri, ora rischiamo di fregare i figli, mettendo tutto in conto ai nipoti».Cambiare si può e si deve…
Il ministro non perde occasione nemmeno per sottolineare che il passato va archiviato, così come, nell’attesa del futuro, non si deve aspettare invano, ma operare significativamente e concretamente già nel presente. La rivoluzione auspicata coinvolge tutti gli italiani, non solo il popolo del Sud, che deve restare «agganciato» all’Europa per non precipitare nella povertà e nell’anarchia. Il Mediterraneo ha un’importanza strategica per l’economia e la cultura (non solo italiana) e senza il Sud, il Nord è monco: «Chi ritiene che la meridionalità sia una specie di marchio d’inferiore qualità, o d’autoctona particolarità, dimentica molte pagine di storia», ribadisce Brunetta, ricordando come il Mezzogiorno fu annesso all’Italia con l’imposizione delle leggi piemontesi, oltre che dello stesso sistema fiscale e amministrativo.
Lo stesso Giustino Fortunato, nel 1880, aveva delineato le «due Italie, fisicamente diverse e quasi opposte, tanto nello sviluppo storico, quanto in quello economico». Che fare dunque? Unificare il sistema legislativo era il primo passo, ma occorreva altresì farsi carico della soluzione dei singoli problemi di arretratezza: dalle infrastrutture alla presenza di epidemie, alla viabilità, alla formazione scolastica, agli squilibri che la situazione demografica presentava tra Nord e Sud (più popoloso). Perseverare nella politica amministrativa oppressiva, senza distinguo, non avrebbe contribuito a rendere l’Italia uno stato democratico unito e solido. Ma Fortunato restò inascoltato pertanto Brunetta riprende questi concetti per ampliarli e attualizzarli.
Il ministro fornisce dati: il Sud ha minor reddito pro-capite (circa il 60% di quello del Centro-Nord); una struttura produttiva fragile (vi è localizzato il 15% della capacità di produzione manifatturiera del Paese); l’indice di istruzione è del 20% inferiore rispetto al Nord (al Sud solo un giovane su quattro – di età compresa tra i 18 e i 24 anni – possiede, al massimo, la licenza media); anche l’abbandono scolastico è più diffuso al Sud (nel 2007 è stato pari al 24,9% contro il 16,7% del Nord); elevato tasso di criminalità (un esempio, è quello delle estorsioni: 14,8 per 100mila abitanti contro le 6,1 del Centro-Nord); precaria capacità di buon governo (non si può non considerare che, per esempio, nel campo della giustizia civile, al Sud i processi di cognizione ordinaria durano in media il 44% in più del Centro-Nord). Ancora: la componente femminile nel mercato del lavoro è scarsa: solo 52 donne su 100 sono occupate contro le 70 del Nord.
Con questi presupposti è immaginabile che il Mezzogiorno sia scarsamente attrattivo per gli investimenti, italiani ed esteri: «Forse, solo mettendo insieme capitale umano e regolatori sociali, sarà possibile individuare i codici genetici che riproducono e perpetuano il sottosviluppo al Sud, nonostante gli sforzi di investimento compiuti dal dopoguerra a oggi».

La “questione nazionale”
In un momento in cui il dibattito si fa acceso sulle questioni secessionistiche, la “Questione meridionale” salta fuori come “questione nazionale”: lo sviluppo del Sud, al di là della spinta solidaristica, rappresenta un’evoluzione della nazione, ma senza un’idea, una volontà chiara da cui partire, nessuna soluzione è possibile.
Brunetta, con spregiudicata delicatezza, chiarisce quale sia l’obiettivo del federalismo e lo fa partendo dalla politica della «pentola bucata», secondo la quale quanto si trasferiva al Sud tornava al Nord, senza una convergenza di interessi per lo sviluppo. Oggi la geografia economica va modificandosi alla luce della crisi globale, così il Mediterraneo assume un carattere strategico nell’asse Occidente-Oriente, spostando a Sud il flusso di scambi e relazioni. L’Africa è vicina e a breve sarà uno dei paesi di maggior interesse internazionale. L’Italia, dunque, non può permettersi che il Meridione versi ancora nel suo stato di “indigenza”, di criminalità, di non-stato. Il governo centrale e quelli locali hanno il dovere di rendere migliore l’integrazione delle regioni arretrate e di favorire la cooperazione, di creare una rete di buone pratiche che assurgano a simbolo di progresso.
Per tutto ciò occorre un accordo: tra tutti gli attori economici, sociali e istituzionali.
Il patto per lo sviluppo del Mezzogiorno coinvolge il Sud e il resto del paese: l’interesse reciproco deve avere alla base la volontà di diffondere nel Meridione l’affermazione della cultura della legalità.

Federalismo: inganno o soluzione?
L’approccio federalista pone in discussione il rapporto tra lo stato centrale e la politica dell’assistenzialismo, tipica del Mezzogiorno: i dirigenti del Sud devono ripensare lo sviluppo e rinunciare ai vantaggi di breve periodo (i finanziamenti a pioggia, per intendersi).
Il federalismo fiscale, voluto fortemente dal Nord, non potrà essere discusso seriamente finché lo stato centrale non avrà garantito, oltre alla difesa nazionale, la sicurezza, l’osservanza delle leggi, l’amministrazione e la giustizia basate sul monopolio della forza, la certezza dei diritti di proprietà e il rispetto dei contratti. Dovrebbe occuparsi di quello che non può essere affidato al mercato e “ritirarsi” dal resto; provvedere alle infrastrutture di base e assicurare le medesime opportunità a tutti i cittadini. «Per decenni ha dominato uno statalismo – con aumento della spesa pubblica – senza Stato. Abbiamo avuto il costo, sovente distorsioni, senza il beneficio […] Causa, non conseguenza», sottolinea Brunetta, riferendosi al sottosviluppo.
E dove lo stato non funziona dilagano la corruzione e l’illegalità: il mercato, in mancanza di concorrenza e innovazione, appassisce, comportando l’indebolimento del meccanismo di produzione della ricchezza. A quel punto lo stato è stampella del mercato.
«Nel caso del federalismo fiscale, le entità decentralizzate ottengono autonomia di entrata e di spesa»: così il ministro spiega le funzioni a cui sono chiamati i governi locali, e continua: «Un impegno rigoroso significa un piano dettagliato delle misure – e del relativo finanziamento – necessarie a porre sotto controllo le attività criminali nelle regioni meridionali».
In breve Brunetta sostiene e sponsorizza la concorrenza, la competitività, fattore chiave e scatenante delle buone pratiche, simbolo di crescita in assenza di clientelarismi e abusivismi. Utopia? Come potrà lo stato occuparsi di funzioni minime di governo (come l’applicazione della legge) mentre le altre sono decentralizzate ai governi locali? «I politici e le coalizioni locali sono vincolati a comportamenti responsabili nelle loro politiche di spesa e di tassazione», precisa il ministro.
Interessante diventa il discorso sulla fiscalità di vantaggio attuata dal governo irlandese: meno tasse oggi, per attrarre investimenti e per stimolare la crescita, ma a spese del proprio bilancio. Vera competizione fiscale.

La strategia della rete
L’elemento della concorrenzialità ha ispirato Brunetta a pensare l’iniziativa “Reti Amiche” che mette al centro la collaborazione tra stato e privati per portare i servizi della Pubblica amministrazione più vicino ai cittadini (anche fisicamente, moltiplicando i punti di accesso, rendendo la distribuzione più uniforme) «con un generale miglioramento della qualità del servizio, una riduzione dei costi di sportello delle pubbliche amministrazioni e del divide dei cittadini che hanno minor dimestichezza con internet o minore mobilità». Le “Reti Amiche” sono in “gara” e nessun servizio è ceduto in esclusiva; il mercato in questo modo acquista il suo dinamismo, senza oneri per lo stato e a vantaggio dei cittadini, anche quelli meno esperti di Internet. L’efficienza e la trasparenza della Pubblica amministrazione sono centrali per il funzionamento dell’economia privata, molto dipende dall’azione diretta della pubblica amministrazione nei mercati come acquirente dei beni e servizi privati e come fornitrice di servizi in concorrenza con i privati; «la contendibilità dei mercati in cui opera la pubblica amministrazione come acquirente importante è necessaria non solo nel determinare risparmi nella stessa spesa pubblica ma anche per far funzionare gli incentivi all’innovazione e all’aumento della produttività».
Il Mezzogiorno d’Italia ha la necessità di un salto strutturale e può candidarsi a «laboratorio d’avanguardia» per tutto il Paese. Il capitale umano, in tal caso, fa la differenza; certe iniziative necessitano di cervelli e incentivi. Brunetta menziona la «premialità di vantaggio», e cioè la mobilitazione delle migliori risorse della Pubblica amministrazione assicurando che il premio (documentato dai risultati) sia maggiorato al Sud rispetto al Centro-Nord: «La strada da seguire dovrebbe essere quella di esaltare il peso del salario variabile rispetto a quello di base, in modo da amplificare lo spazio per la premialità».

Le priorità
Con uno sguardo di respiro più internazionale, gli aspetti che analizza il ministro e che non dà mai per scontati sono la costruzione di un sistema dei trasporti capace di riportare il Mediterraneo a una centralità di livello mondiale, di tornare a costruire un’unità tra le sponde nazionali Nord-Sud, e l’urbanizzazione sostenibile ed ecocompatibile. In primo luogo sostenere una “coscienza verde”, affinché i cittadini siano più rispettosi dell’ambiente (leggasi altresì “questione spazzatura” e problemi annessi allo smaltimento dei rifiuti).
Renato Brunetta, ottimista per definizione e per convinzione, non smette di puntare sulla legalità e sul capitale umano, fattori imprescindibili per il rispetto reciproco e per ripartire da un Sud che possa diventare la chiave di lettura di una nuova Italia.

Marilena Rodi

(direfarescrivere, anno VI, n. 53, maggio 2010)

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