Nel 1970 fu approvato l’articolo 18, ma il Pci si astenne..

Repetita iuvant. Ruffiani si nasce!

Se decidiamo di investire un po’ del nostro tempo alla ricerca della storia dimenticata (o mai saputa, per i più giovani) inciampiamo – come potrebbe essere il contrario nel nostro Belpaese? – in vicende che definire ‘contraddittorie’ sarebbe un eufemismo.

Era il 14 maggio 1970 quando veniva approvato lo Statuto dei lavoratori: si usciva da un’epoca in cui chi faceva attività sindacale rischiava seriamente di essere licenziato. Era il tempo in cui venivano schedati gli operai e mandati a casa quelli più attivi nel difendere i propri diritti.

Ma in quella votazione di quel 14 maggio 1970 veniva approvato quello Statuto dalla Camera con 217 voti a favore (la maggioranza di centrosinistra composta da Dc, Psi e Psdi unificati nel Psu, Pri e con l’aggiunta del Pli, al tempo all’opposizione), mentre si astenevano ‘nientepopodimeno’ che Pci, Psiup e Msi e si registravano 10 voti contrari, provenienti non si sa da chi.

Oggi si torna a discutere di tutele dei lavoratori e di articolo 18, e pare – addirittura – che dal destino di questo dipendano le sorti dell’economia italiana (ma ci scapperebbe di pensare dell’Ue, viste le misure militari inflitteci). Negli ultimi giorni lo spread è tornato a battere un colpo, a proposito, mentre il primo ministro Monti è in tour-immagine-Italia tra India, Corea e Giappone: ma di chi sarebbe la colpa? Della riforma del lavoro lasciata appesa al balcone del Parlamento oppure dell’attacco alla Spagna?

Abbiamo un bel da dire noi, da qui, che ci limitiamo ad assistere inermi al teatro delle contrattazioni (invisibili a occhio nudo), e quel che ci basta è sentire qualcuno commentare o criticare senza impegnarci a guardare oltre il dito: la luna è là in alto, potremmo fare uno sforzo e ammirarla, invece di restare con lo sguardo incollato a quello.

Che c’è dietro il dito (la riforma)? La Luna (accordi politici). Appunto.

Queste riforme (non solo quella del lavoro) s’hanno da fare, piaccia o no. Persino il presidente Napolitano lo sa, e ogni giorno non manca di ricordare ai partiti (ai suoi, per la verità) che gli impegni del governo tecnico sono precisi e occorre proprio adempierli, salvo andare a votare in autunno. Ma questa ipotesi – se fino a qualche settimana fa poteva sorridere al Pd – ora comincia a star stretta ai democratici, che a conti fatti, devono trovare una soluzione che metta gli animi al silenzio. Non si può andare a votare ora: non adesso che il Pd, nell’ultimo mese, ha perso un punto percentuale ogni settimana, mentre il Pdl di Berlusconi (proprio lui, regista indiscusso) lavora da mesi per il rilancio del partito (e di cui, qualche settimana davamo conto). L’appoggio a Monti, non c’è dubbio, costa caro (ma leggi “liberarsi di Berlusconi”).

E ora il prossimo nodo, prima della giustizia, è la legge elettorale: si ragiona sull’impegno formale preso con l’Ue si immagina una soluzione. Ma pure di questo davamo conto nei numeri precedenti.

L’articolo 18, dunque, negli incastri politici può rappresentare un altro grande bluff. In quegli anni della lotta di classe, sembrava molto più importante che le guardie giurate non entrassero nella fabbrica per controllare l’attività dei lavoratori che non la possibilità reintegrare i licenziati.

A volere lo Statuto fu Giovanni Brodolini, socialista e ministro del Lavoro, che affidava la commissione incaricata di redigere il testo a Gino Giugni. Brodolini non riuscì a vedere approvato dal Parlamento il frutto del suo lavoro: morì per un tumore pochi mesi prima del voto. Gli successe Carlo Donat Cattin, democristiano.

Allora, quel che interessava non era salvare il posto di lavoro di licenziandi e licenziati per motivi vari, si pensava piuttosto a salvaguardare i diritti civili e politici dei lavoratori.

L’Italia era sconvolta dagli scioperi, sembrava che non funzionasse più nulla, scioperava chiunque, in qualsiasi settore. In quelle ore turbolente «I rilievi mossi allo statuto risentono in gran parte di una mentalità privatistica dei rapporti sindacali ispirata da Dossetti», diceva Donat Cattin, e riflettevano un punto di vista «talvolta esasperato fino a visioni di tipo americanistico che vedevano il sindacato come libero agente operante nella società al di fuori di ogni regolazione giuridica».

Ai comunisti quella legge lì non piaceva granché. «Il Pci si è astenuto per sottolineare le serie lacune della legge e l’impegno a urgenti iniziative che rispecchino la realtà della fabbrica», scriveva l’Unità del 15 maggio a pagina 2, «il testo definitivo contiene carenze gravi e lascia ancora molte armi, sullo stesso piano giuridico, al padronato».

«L’atteggiamento dei comunisti è ambiguo e chiaramente elettoralistico», citava L’Avanti dei socialisti.

Vengono i brividi a rileggere la storia di quegli anni: pare oggi!

[Marilena Rodi su un settimanale locale del 31marzo2012]

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