La sinistra degli anni Settanta condannò Luigi Calabresi!

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IL PASSATO TI TRAPASSA – PANSA RICORDA E BENE LA CAMPAGNA DIFFAMATORIA CHE CONDANNÒ A MORTE “L’ASSASSINO” LUIGI CALABRESI – “FU UN’AGGRESSIONE SCHIFOSA, DURATA MESI E MESI. UN VELENO CUCINATO E DIFFUSO DALLE TESTE D’UOVO DELLA SINISTRA ITALIANA” – TRA LE 800 FIRME RACCOLTE DA “L’ESPRESSO” NEL 1971: GIORGIO BOCCA, EUGENIO SCALFARI, UMBERTO ECO, DARIO FO, FURIO COLOMBO, BERNARDO BERTOLUCCI, TONI NEGRI, DACIA MARAINI…


LUIGI CALABRESI
LUIGI CALABRESI

«Da due anni vivo sotto questa tempesta. Lei non può immaginare che cosa ho passato e che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio non saprei come resistere…». Parlava così il commissario Luigi Calabresi qualche settimana prima di essere ucciso. Come era successo altre volte, lo avevo incontrato nell’ufficio di Antonino Allegra, il capo della sezione politica della questura milanese. Eravamo all’inizio del 1972, lavoravo da inviato della Stampa a Milano. E dalla strage di piazza Fontana in poi, scrivevo di continuo su quella folle stagione di bombe, di morti, di linciaggi.

Luigi CalabresiLUIGI CALABRESI

Domandai a Calabresi se avesse paura. Lui rispose: «Paura no perché ho la coscienza tranquilla. Ma quel che mi fanno è terribile. Potrei farmi trasferire da Milano, però non voglio andarmene. Comunque non ho paura. Ogni mattina esco di casa e vado al lavoro sulla mia Cinquecento, senza pistola e senza la protezione di una scorta. Perché dovrei proteggermi? Sono un commissario di polizia e il mio compito è di proteggere gli altri, i cittadini».

Ero convinto di non dover più scrivere su una storia vecchia di quarant’anni. Ma certe vicende non passano mai. Riemergono di continuo come fantasmi testardi che ti obbligano a guardarli in faccia di nuovo. Accade così per il mattatoio di piazza Fontana, che oggi ha ispirato un film di Mario Tullio Giordana, Romanzo di una strage, nelle sale dal 30 marzo.

LUIGI CALABRESILUIGI CALABRESI

Il figlio del commissario, Mario Calabresi, direttore della Stampa, l’ha già visto. E ha osservato che nel film è sparita la campagna di linciaggio contro il padre. Fu un’aggressione schifosa, durata mesi e mesi. Un veleno cucinato e diffuso dalle teste d’uovo della sinistra italiana: il meglio del meglio della cultura, dell’accademia, del giornalismo, del cinema. Signore e signori che per anni ci hanno spacciato un mare di bugie. Forti di un’arroganza che quanti di loro sono ancora in vita seguitano a scagliarci addosso.

Luigi CalabresiLUIGI CALABRESI

Il linciaggio si fondava su una convinzione senza prove: il commissario Calabresi era il torturatore e l’assassino di Giuseppe Pinelli. L’anarchico fermato la sera del 12 dicembre 1969 e morto tre sere dopo, cadendo da una finestra dell’ufficio politico della questura milanese. Il corpo di Pinelli non era ancora stato sepolto, quando su Calabresi cominciò a cadere una grandinata di falsità senza vergogna.

Si disse che il commissario gli aveva inflitto un colpo mortale di karate, ma non c’era mai stato nessun colpo. Poi si sostenne Calabresi era un agente della Cia addestrato in America, ma lui non era mai andato negli Stati Uniti. Infine si raccontò che a Pinelli era stato iniettato il siero della verità, ma si trattava soltanto della flebo usata dai barellieri nella speranza di rianimare l’anarchico.

Non era ancora niente rispetto alla tempesta che venne scatenata poco dopo. Oggi si parla spesso di macchine del fango a danno di politici o di big dell’economia. Ma
sono scherzi goliardici rispetto a quella allestita contro Calabresi. Fu un congegno mostruoso, destinato a durare più di due anni. Per poi concludersi con l’assassinio.

MARCO TULLIO GIORDANA SUL SET DI ROMANZO DI UNA STRAGEMARCO TULLIO GIORDANA SUL SET DI ROMANZO DI UNA STRAGE

Al contrario di quel che si crede, il primo passo non venne compiuto dal giornale di Lotta continua. Bensì da due quotidiani della sinistra storica: l’Avanti! del Psi e l’Unità del Pci, affiancati dal settimanale comunista Vie Nuove. Poi entrò in scena un pezzo da novanta: l’Espresso con la sua firma più famosa, Camilla Cederna. Subito dopo si mossero i lottacontinua di Adriano Sofri e da quel momento la vita del commissario diventò un inferno.

Calabresi querelò Lotta continua, ma ricevette una replica brutale. Sofri & C. spiegarono che a loro non importava nulla del verdetto di un tribunale. Il proletariato avrebbe emesso la propria sentenza, per poi eseguirla in piazza: “Sappiamo che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati. Ma è questa, sicuramente, una tappa fondamentale dell’assalto dei proletari contro lo Stato assassino”.

giampaolo pansa - copyright PizziGIAMPAOLO PANSA – COPYRIGHT PIZZI

Nel frattempo, il commissario e la sua famiglia venivano inchiodati a una via crucis orrenda. Manifesti su tutti i muri di Milano e di molte città italiane gridavano: Calabresi wanted, ricercato, con l’indicazione della somma da saldare a chi l’avesse catturato. Promesse di morte urlate nei cortei: Calabresi sarai suicidato! Insulti carogna: il commissario Finestra, il commissario Cavalcioni. Vignette bestiali: Calabresi insegna alla figlia piccola come tagliare la testa alla bambola anarchica con una ghigliottina giocattolo. E poi una bufera di lettere anonime, spedite all’indirizzo di casa. Telefonate orrende.

Centinaia di articoli per indicarlo al disprezzo e alla vendetta. Calabresi era diventato l’ebreo di una truppa ideologica generata da un incrocio bastardo: il neocomunismo movimentista e una nevrosi persecutoria di impronta nazista. Nulla gli fu risparmiato. Quando lo promossero commissario capo, Milano venne tappezzata di nuovi
manifesti che lo mostravano con le mani grondanti sangue. Lo slogan gridava: “Così lo Stato assassino premia i suoi sicari”.

Ma il culmine dell’infamia fu toccato con la parata firmaiola che dilagò sulle pagine dell’Espresso per tre settimane, a partire dal 13 giugno 1971. Ben ottocento eccellenze di sinistra: filosofi, registi, scienziati, editori, storici, architetti, pittori, scrittori, politici, sindacalisti e un buon numero di giornalisti. Tutti in preda alla certezza che Calabresi fosse un torturatore e un omicida.

PIAZZA FONTANAPIAZZA FONTANA

Rileggere oggi quell’elenco mi provoca un disgusto profondo per chi l’ha sottoscritto. Mi ero ben guardato dal firmarlo, anche se le insistenze dei promotori mi pungolavano a farlo. Avevo scritto su piazza Fontana sin dal primo giorno. E in qualche modo rappresentavo la Stampa a Milano. Però mi ripugnava il ritratto che veniva dipinto di Calabresi. Lo ritenevo falso da cima a fondo. Inoltre volevo sottrarmi all’aria pessima che tirava a Milano.

Era un’aria che puzzava di faziosità sfrenata, di furibondo partito preso, di certezze proclamate con il sangue agli occhi, di dubbi rifiutati con disprezzo. In quel clima, se non partecipavi al linciaggio di Calabresi una penale la pagavi. Ti accusavano di schierarti con i fascisti, cercavi i favori della polizia, facevi un giornalismo prezzolato, stavi al servizio della Direzione affari riservati del Viminale.

Camilla CedernaCAMILLA CEDERNA

Un altro che, strano a dirsi, non firmò fu Adriano Sofri. Tanti anni dopo, nel libro La notte che Pinelli, pubblicato nel 2009 da Sellerio, spiegò la faccenda così: «Io non ero tra i firmatari. Nessuno me lo chiese, e con la boria e la faziosità di allora me ne sarei guardato. Era un testo molto duro e si pronunciava con indebita sicurezza».

In calce a quel libro, con sottile perfidia, Sofri ha pubblicato l’elenco delle ottocento firme. Scorrerle una per una, ti induce a pensare che la “meglio gioventù” partorita dal Sessantotto aveva alle spalle il peggio del vippume di sinistra.

Molte di quelle eccellenze sono scomparse, a cominciare da Norberto Bobbio per finire a Giorgio Bocca. Ma tanti big sono ancora in vita. E da ben poco venerati maestri seguitano a impartirci lezioni burbanzose. Qualche nome? Eugenio Scalfari, Umberto Eco, Dario Fo, Furio Colombo, Lucio Villari, Bernardo Bertolucci, Toni Negri, Dacia Maraini… Basta, mi fermo qui. Forse è vero che stiamo diventando un paese per vecchi, a cominciare da me. Ma un po’ di pudore non farebbe male a nessuno.

[fonte Dagospia]

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Francesco Spinelli ha detto:

    Il film indica chiaramente le responsabilità del gruppo Freda-Ventura (anche se lascia fuori quello che è emerso nell’inchiesta Salvini), indica le coperture che i servizi italiani gli dettero prima e dopo la strage, parla del ruolo dei colonnelli greci e dei servizi americani. Non dice apertamente, ma lascia intendere chiaramente che Pinelli non è caduto giù per disgrazia o suicidio, favole inventate dalla Questura per cavarsi dall’accusa di omicidio.
    Scusate se è poco: in tempi come questi ci vuole coraggio per sostenere cose così. E se noi delle generazioni over cinquanta queste cose le sappiamo per averle vissute ed aver letto tanto nel quindicennio successivo alla strage, le generazioni più giovani queste cose le ignorano. Da docente a contatto con i ragazzi che arrivano freschi dalle medie superiori e che hanno idee molto approssimative sulla storia recente del nostro paese, devo dire che questo film è uno strumento prezioso da non sottovalutare». (Giannuli)

  2. Francesco Spinelli ha detto:

    Caro Direttore,
    ha molto meravigliato non pochi, vedo Lei compreso, e da molti sono stato rimbrottato apertamente per il fatto che io abbia difeso la concessione della grazia a Bompressi ed auspichi la concessione della stessa anche ad Adriano Sofri, entrambi condannati dopo un lungo iter processuale per l’uccisione del commissario Calabresi, nonostante sia un ammiratore del fedele e coraggioso servitore dello Stato e amico della sua famiglia.
    Il Bompressi è gravemente ammalato, ammalato gravemente è anche Sofri che, conoscendo personalmente, io credo peraltro innocente. Ma vi sono altri motivi per sostenere la concessione della grazia per entrambi, e che io concederei anche al loro compagno che non ha voluto perdere la sua libertà e si è dato alla latitanza.
    Uno dei loro compagni, persona degnissima, capo del servizio d’ordine di Lotta Continua, fa parte del governo in posizioni di potere delicatissime (Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia, ndDagospia).
    D’altronde anche se essi fossero colpevoli, il fatto dolorosissimo troverebbe fortissime attenuanti nella cultura dell’epoca e nel consenso o giustificazione larga che fu fatta della lotta armata.
    Infatti, cinquanta esponenti del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo, nell’ottobre del 1971 inviarono una lettera aperta al procuratore della Repubblica di Torino che aveva denunciato direttori e militanti di Lotta Continua per istigazione a delinquere. Nella lettera aperta si leggeva: “Testimoniamo pertanto che, quando i cittadini da lei imputati affermano che in questa società “l’esercito è lo strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe”, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono “se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andarci a riprendere quello che ci hanno rubato”, lo diciamo con loro. Quando essi gridano “lotta di classe, armiamo le masse”, lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a “combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento”, ci impegniamo con loro.”

    Ecco i nomi dei firmatari di questa, in realtà abbastanza comune e coraggiosa, visione della lotta armata, che si impegnavano, anche se solo in senso intellettuale e morale, a combattere con le armi in pugno: Enzo Paci, Giulio A. Maccacaro, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Marino Barengo, Umberto Eco, Paolo Portoghesi, Vladimiro Scatturin, Alberto Samonà, Lucio Colletti, Tinto Brass, Paolo Pernici, Giancarlo Maiorino, Francesco Leonetti, Manfredo Tafuri, Carlo Gregoretti, Giorgio Pecorini, Michele Canonica, Paolo Mieli, Giuseppe Catalano, Mario Scialoja, Saverio Tutino, Giampaolo Bultrini, Sergio Saviane, Serena Rossetti, Franco Lefevre, Elio Aloisio, Alfredo Zennaro, Giovan Battista Zorzoli, Cesare Zavattini, Bruno Caruso, Mario Ceroli, Franco Mulas, Emilio Garroni, Nelo Risi, Valentino Orsini, Giovanni Raboni, Luciano Guardigli, Franco Mogni, Giulio Carlo Argan, Alessandro Casilin, Domenico Porzio, Giovanni Giolitti, Manuele Fontana, Giuseppe Samonà, Salvatore Samperi, Pasquale Squitieri, Natalia Ginzburg, Tullio De Mauro, Francesco Valentini.
    Furono inoltre più di ottocento i rappresentanti della cultura italiana che sottoscrissero in più riprese un documento pubblicato sull’Espresso il 13 giugno 1971, documento in cui Calabresi veniva definito un “commissario torturatore” e il “responsabile della fine di Pinelli”.
    Fra gli ottocento, c’erano i filosofi Norberto Bobbio, Lucio Colletti e Lucio Villari; gli uomini più prestigiosi del cinema italiano, e cioè Federico Fellini, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Luigi Comencini, Liliana Cavani, Giuliano Montaldo, Bernardo Bertolucci, Carlo Lizzani, Paolo e Vittorio Taviani, Duccio Tessari, Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Salvatore Samperi, Ugo Gregoretti, Nanni Loy; i poeti Pier Paolo Pasolini, Giovanni Raboni e Giovanni Giudici; i pittori Renato Guttuso Andrea Cascella, Ernesto Treccani, Emilio Vedova, Carlo Levi; gli editori Vito Laterza, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli; gli storici Franco Antonicelli e Paolo Spriano; i critici Giulio Carlo Argan, Gillo Dorfles, Morando Morandini, Fernanda Pivano; il musicista Luigi Nono; la scienziata Margherita Hack; gli architetti Gae Aulenti, Gio Pomodoro, Paolo Portoghesi; gli scrittori Alberto Moravia, Umberto Eco, Domenico Porzio, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Alberto Bevilacqua, Franco Fortini, Angelo M. Ripellino, Natalino Sapegno, Primo Levi, Enzo Enriques Agnoletti, Lalla Romano; i politici Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Giancarlo Paietta; i sindacalisti Giorgio Benvenuti e Pierre Carniti; i giornalisti Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Mauro Calamandrei, Livio Zanetti, Sergio Saviane, Giuseppe Turani, Carlo Mazzarella, Andrea Barbato, Vittorio Gorresio, Carlo Rognoni, Giampiero Borella, Camilla Cederna, Tiziano Terzani. E poi ancora Bruno Zevi, Grazia Neri, Toni Negri, Franco Basaglia, i fratelli Carlo e Vittorio Ripa di Meana, l’attrice Paola Pitagora.
    Che dei ragazzi, mai militanti del partito comunista italiano e quindi d’orientamento utopico e avulsi dalla storia e dalla realtà concreta del movimento operaio, sbagliando, ma dietro la testimonianza di personalità altissime, possano avere ritenuto di compiere un “atto di giustizia” uccidendo il commissario Calabresi, è cosa comprensibile: e questa comprensione si deve tramutare in atti di clemenza, oggi nella forma della grazia e domani, mi auguro, nella concessione di una vasta amnistia, nella quale comprendere anche i reati compiuti in atti militari dalla sovversione di sinistra e della eversione di destra . Con cordiali saluti

    Francesco Cossiga

  3. Francesco Spinelli ha detto:

    Ho sempre pensato che i soli ad avere interesse ad ammazzare il commissario Calabresi fossero i depistatori/mandanti della strage di piazza Fontana. E’ storicamente acclarato che Calabresi fu parte attiva (e non innocente) nel tentativo di criminalizzazione degli anarchici e in cui il “suicidio” di Pinelli fu un “incidente di percorso”. I mandanti della strage di piazza fontana erano e sono anche i mandanti del depistaggio. Ed è indubbio che Calabresi li conosceva… Chi allora poteva temere una sempre possibile crisi di coscienza di Calabresi. Chi poteva temere che Calabresi potesse fare i nomi di chi gli aveva detto di indirizzare e depistare le indagini. Ovviamente gli stessi che l’hanno fatto uccidere: i mandanti della strage di piazza Fontana.

  4. Francesco Spinelli ha detto:

    Perché difendo il film su Piazza Fontana
    02 aprile 2012 — pagina 1 sezione: prima pagina
    ROMANZO di una strage ha scatenato una tempesta di polemiche. Credo vi sia del buono in questa vivacità: chiunque si avvicina al film,è avvertito delle “libertà” autoriali rispetto a taluni fatti storicamente accertati. Ossia della distanza tra la rappresentazione dei personaggi portati sullo schermo da Mastrandrea e Favino e gli uomini reali Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi (e Aldo Moro, che nel film incarna con sofferenza i tragici dilemmi di chi si confronta con la ragion di stato). Il linguaggio filmico, come l’immagine televisiva, ha un potere subliminale straordinario: quello che vedi, ti sembra reale. Ma un film non è la verità, né ambisce ad esserlo.
    Però, è una riflessione, un’interpretazione e un buon punto di partenza per avvicinarsi a quella storia. Ben vengano le voci critiche e polemiche di chi c’era: danno la misura di quanto piazza Fontana, la morte di Pinelli e Calabresi abbiano diviso l’Italia.
    Adriano Sofri ha prodotto addirittura un instant book ricco di documenti, che contrastano le tesi del libro di Cucchiarelli (cui, a tratti, il film si ispira). Ben vengano materiali di “accompagnamento”, integrazione, correzione, critica a un’opera di finzione che immerge le mani nella Storia. Magari in qualche scuola si spingeranno perfino a lavorare su qualche sentenza, un lavoro utile per la formazione della coscienza criticae storiografica degli studenti: gli atti dei processi oggi sono tutti digitalizzati.
    Dobbiamo a chi ha avuto il coraggio di fare questo film un dibattito vivace come non lo si vedeva da anni. Non solo. Romanzo di una strage incide nella coscienza dello spettatore la responsabilità dei terroristi neri di Ordine Nuovo per le bombe esplose nel 1969, con la complicità dei servizi segreti. Mostra uno Stato tragicamente lontano dalla Costituzione formale, ancora innervato di residui del regime fascista. Rinnova la vergogna e l’indignazione per il modo in cui la responsabilità delle bombe è stata pervicacemente addossata agli anarchici. La pratica di disseminare false “piste rosse” continuerà a lungo: ancora nel 1973 l’ordinovista Nico Azzi, in tasca una copia di Lotta Continua, tenta di piazzare una bomba su un treno. Alcuni cartelli, in conclusione, ribadiscono quanto accertato dalle sentenze. Aggiungiamo alcuni dati: il terrorista di Ordine Nuovo, Carlo Digilio, è stato condannato per aver fabbricato l’ordigno esploso nella banca dell’Agricoltura, l’unico la cui esistenza è storicamente accertata, quello che ha massacrato 17 uomini innocenti il 12 dicembre 1969, i cui nomi possiamo leggere nei titoli di testa: il film è dedicato a loro.
    Condannati anche i funzionari del Sid Labruna e Maletti. Il generale Maletti se ne sta in Sudafrica, per sfuggire alle condanne passate in giudicato. Da lì, in videoconferenza, ha deposto nel tribunale di Brescia, dove è ancora in corso (purtroppo ne parla solo la stampa locale) il processo d’appello per la bomba di piazza della Loggia del 1974, confermando l’autenticità di un plico di note informative nascoste ai magistrati inquirenti fino agli anni Novanta, che avrebbero potuto indirizzare le indagini per quell’altra bomba (ha ucciso 8 innocenti) verso la rete terroristica di Ordine Nero, “gemmazione” di Ordine Nuovo.
    Lo spettatore assiste alla violenza con cui la celere manganellava i manifestanti, segue inorridito la tragedia di Pinelli, innocente, diffamato, illegalmente trattenuto dalla polizia.
    Incontra la solitudine dei magistrati Paolillo, Calogero, Stitz, che per primi individuarono il bandolo che portava ai veri autori della strage, e il “pistarolo” Marco Nozza, anima del movimento dei “giornalisti democratici” che non vollero piegarsi all’informazione asservita al Potere, appiattita sulle linee guida dettate dal ministero dell’ Interni: con lui, giornalisti come Corrado Stajano, Camilla Cederna, Giorgio Bocca, maestri che hanno svolto una funzione civile straordinaria nel destare le coscienzee promuovere la composta reazione civile che ha contribuito ad arginare le spinte golpiste. Che c’erano, eccome! Ed era dalla parodia grottesca di Vogliamo i colonnelli di Monicelli (1973) che qualcuno non le portava esplicitamente sul grande schermo. Come ricercatrice, mi prudevano le mani, di fronte ad alcune “interpretazioni” e illazioni. Ma ho anche ammirato quanti contenuti questo film riesca a veicolare a un grande pubblico. Non è poco, anzi: è moltissimo. Adriano Sofri s’interroga sull’effetto che avrà sui giovani questa rappresentazione dell'”onnipotenza tenebrosa” della strategia della tensione e chiosa: “Non è vero che quella storia continua: è consumata, ed è bene che lo sia. I ventenni, è bene che la sappiano, ma non è e non sarà più la loro”. Una formulazione che mi perplime: le passioni, le impressioni, le memorie di chi c’era, quelle non appartengono a chi ha meno di 43 anni.
    Ma la storia, accidenti, è nostra, eccome: da lì veniamo, cresciuti all’ombra di questi fantasmi. Se non esiste più il quadro internazionale della guerra fredda, le inchieste in corso sulla trattativa Stato-mafia mostrano con dolorosa evidenza che certi meccanismi occulti del potere, contrari alla legalità costituzionale, cambiano pelle, ma non spariscono.
    Giordana, come autore, ha comunicato con onestà la propria visione e anche un senso di amarezza. Ci costringe a ragionare su quello che è successo. A interrogarci sull’Italia di ieri e oggi.
    “Non ho paura della verità, io” dice Licia Pinelli in una delle scene più potenti del film. La ferma dignità di quella frase entra come un coltello nella coscienza.
    Accanto all'”onnipotenza tenebrosa”, silenzi e derive violente, Giordana mostra esempi di impegno, civismo, onestà, resistenza nonviolenta. Gettarono i semi del lavoro di verità, dentro e fuori le istituzioni, che oggi ci permette di additare i colpevoli.
    Guardare il male in faccia è un rito iniziatico. È la premessa per fare diversamente, tenendo in vita le motivazioni e il “senso” della resistenza al male e alle forme più perverse della ragion di Stato di tanti uomini e donne di buona volontà, travolti dal fiume violento della storia, a cui dobbiamo i valori e le parti migliori della società in cui viviamo.
    – BENEDETTA TOBAGI

    1. Pereira50 ha detto:

      Il punto debole del film è che Pietro Vapreda ha messo una delle due Bombe.
      E Pietro Valpreda non c’entra niente !

      1. Pereira50 ha detto:

        Scopriamo chi ha ucciso Pinelli
        Di Sciascia Leonardo – 28 agosto 1988
        Invia a un amico, Stampa

        Scopriamo chi ha ucciso Pinelli

        di Leonardo Sciascia

        SOMMARIO. Alla notizia dell’arresto di Sofri, l’a. dichiara di aver subito pensato: “se è davvero colpevole… confesserà”. Poiché Sofri non ha confessato, egli nutre “piena convinzione di innocenza”. Dichiara di aver conosciuto Sofri dieci anni dopo gli “anni ruggenti”, e di averlo trovato un uomo “religioso”. Lo stesso articolo pubblicato il giorno dopo l’assassinio di Calabresi, invece di accusarlo lo scagiona: Sofri non sarebbe stato così sciocco da offrire una traccia agli inquirenti. Al più, quell’articolo è imputabile di “apologia di reato”. Un caso come quello di Sofri soffre purtroppo di “interna contraddizione”: la ricerca delle verità si affida infatti solo a “soggettive impressioni”, e queste portano l’a. a ritenere Sofri innocente. Prende in esame quindi gli elementi che sono portati a carico di Sofri (che si restringono alle confessioni di un pentito, Marino) e cerca di analizzare anche i comportamenti di questi: purtroppo sembra che Marino sia “un personaggio che ha trovato il suo autore nella

        legge sui pentiti”.

        (L’ESPRESSO, 28 agosto 1988)

        Quando ho sentito dell’arresto di Adriano Sofri, ho subito pensato: se è davvero colpevole, appena davanti al giudice confesserà. E non che il fatto che non abbia confessato assuma per me piena convinzione di innocenza: ma è un elemento di intuizione, di impressione, cui altri più razionali, si aggiungono.

        Io non ho conosciuto Sofri negli anni ruggenti intorno al Sessantotto. L’ho conosciuto dieci anni dopo. E mi è parso, di fronte alla vita, di fronte ai libri, nei rapporti umani, un uomo “religioso”. Davvero era tanto diverso prima? Non riesco a crederlo. Io ho avuto un amico, che è stato anche amico di Vitaliano Brancati e di cui Brancati, dandogli altro nome, parla in un racconto, che per la sua idea e il suo sentimento della rivoluzione, specialmente negli anni del fascismo, avrebbe incendiato il mondo, ma non c’era persona, comunque la pensasse, che non fosse degna del suo rispetto. Cosi mi pare Sofri, per carattere oltre che per delusione ideologica e per le riflessioni su quella delusione: e posso immaginare le sue intemperanze di un tempo, ma tra le intemperanze e l’omicidio e per giunta, a freddo, commissionato ad altri c’è una gran differenza. Se è suo, lo stesso articolo pubblicato da “Lotta continua” all’indomani dell’assassinio di Calabresi e che può sembrare di rivendicazione, a me pare risp

        onda a degli astratti canoni rivoluzionari e mi pare, anche, che segni oggi un punto per la difesa piuttosto che per l’accusa. Nel senso della domanda che dobbiamo pur porci: possibile che Sofri e i suoi più vicini, se dalla loro decisione fosse venuto l’assassinio di Calabresi, siano stati tanto sciocchi da attirare subito l’attenzione della polizia sul loro gruppuscolo?

        So, per come l’istruttoria viene istruendosi, qual è la risposta: avevano bisogno di segnalarsi come guida dell’intero movimento, e da eroi quasi assumersi la paternità di quel delitto. Ma, ritenendo che non fossero sciocchi nemmeno allora, nel furore rivoluzionario, per me regge l’ipotesi di segno opposto: che erano sicuri la polizia non potesse trovar traccia tra loro dell’organizzazione di quel delitto, e per il semplice fatto che era stato da altri organizzato e consumato; e non potendo dunque essere accusati di omicidio, potevano permettersi di incorrere nell’apologia di reato: irrisoria imputazione, e specialmente in quel momento. E nasceva, l’apologia, bisogna riconoscerlo, da una “provocazione” dello Stato che non solo toccava i rivoluzionari, ma la gran parte degli italiani. Ancora oggi, quale verità abbiamo sulla morte dell’anarchico Pinelli se non quella che ciascuno e tutti ci siamo costruita facilmente, e con più o meno gravi varianti a carico di coloro che lo interrogavano? Pinelli non ha resis

        tito alle torture morali e psichiche, e si è buttato giù dalla finestra: variante la più leggera. O non ha resistito alle torture fisiche, cogliendo il momento di distrazione degli astanti per buttarsi giù. O alle torture non ha resistito, morendo, ed è stato buttato giù. Ipotesi, quest’ultima, che trova riscontro di probabilità nel più recente e accertato caso verificatosi negli uffici di polizia palermitani.

        Ed è da ribadire che un delitto cosi consumato “dentro” le istituzioni è incommensurabilmente più grave di qualsiasi delitto consumato “fuori”. (Alberto Savinio diceva: “Avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza.” Ma si possono dire soltanto imbecilli coloro che disapproveranno questa mia affermazione?) E comunque: non è il momento di dire la verità sulla morte di Pinelli, restituendo onore alla memoria di Calabresi se, com’è stato detto, non c’entrava? Non è possibile trovare, tra chi c’era, un “pentito” che finalmente dica la verità?

        Ma tornando a Sofri, è da dire che casi come il suo sono di quelli che non solo si presentano ambigui nell’immediato, ma sono destinati, nell’opinione dei più, a restar tali; di interna contraddizione, di doppia verità. Perché non ai dati di fatto, alla concomitanza di indizi, al convergere di testimonianze più o meno dirette, la ricerca della verità può affidarsi e arrivare a una soluzione “al di là di ogni dubbio”, ma alle soggettive impressioni che si possono avere dal trovarsi di fronte agli accusati e all’accusatore, dall’averli conosciuti o, come sta accadendo ai giudici, dal conoscerli ora, dal dialogare con loro, dallo scrutarli. Ed è dentro questo limite dell’averlo conosciuto, dello stimarlo, del crederlo incapace di aver ordinato un assassinio che è stata firmata, anche da me, una lettera che a Sofri sarà più di conforto che di aiuto. Non mai, come da qualche parte è stata intesa, in quanto affermazione di una equivalenza tra l’intellettualità e l’innocenza. Nemmeno lo spirito di corpo o di ca

        sta, di cui peraltro sono sprovvisto, può far stravedere fino a questo punto. Ci sono stati intellettuali capaci di delitti più ignobili ed efferati; e un intellettuale che volesse ignorarlo non sarebbe un intellettuale ma un cretino. Ed è inutile dire che si era ben lontani, con quella lettera, dal vagheggiare l’impunità o dall’invocare il “perdonismo”. Si voleva e si vuole, soltanto e assolutamente, la giusta giustizia.

        Da quel che il cosiddetto segreto istruttorio lascia affluire ai giornali, la condizione di Sofri e di altri due imputati sembra esser questa: c’è un quarto uomo che si autoaccusa e li accusa dell’omicidio Calabresi. Due mandanti, Sofri e Pietrostefani; due esecutori, Bompressi e Marino: e Marino è quello che si autoaccusa ed accusa. Ma dopo sedici anni, e nel vigore delle leggi che beneficano i pentiti. Altro sembra che non ci sia, a suffragare le accuse di Marino, se non la confidenza a polizia e magistratura di altri pentiti, che appartengono alla preistoria del pentitismo, che l’assassinio di Calabresi sia stata opera del gruppo di “Lotta continua”. E qui le domande si affollano: che riguardano il passato e il presente, la storia del terrorismo e la storia del “perdonismo”. Ma per fermarci all’oggi: in che misura, una volta accertata, Marino pagherebbe la sua partecipazione al delitto? Quali sono stati i suoi rapporti con Sofri in questi sedici anni? Fino a che data gli si rivolse per avere qualche socco

        rso finanziario e da qual giorno ne fu deluso? Si rivolse anche a Pietrostefani? Quale la sua situazione economica e morale al momento in cui va ad autoaccusarsi e ad accusare, la sua situazione familiare, i suoi rapporti con la moglie particolarmente?

        Ma il cittadino qualsiasi non ha, come invece ha il magistrato, né l’opportunità né i mezzi per aver risposta a queste e ad altre simili domande. Chi conosce Sofri e lo stima, si sente in diritto di avere l’opinione, fino a contraria e netta prova, che Marino sia un personaggio che ha trovato il suo autore nella legge sui pentiti. In quanto ai moventi psicologici che possono aver suscitato in lui la decisione di autoaccusarsi per accusare, tanti se ne possono trovare, a lume di esperienza di vita come di letteratura dal sentimento della gratitudine, per molti difficile e insostenibile e di cui spesso si scaricano con sentimento opposto, al rancore in cui non rare volte si mutano ammirazioni, devozioni e mitizzazioni; dal fissarsi nell’idea che il passato rivoluzionario sia stato di giovamento ai furbi e di danno a se stessi ingenui, alla voglia di giungere a una notorietà, a una forma di successo, per altre strade preclusa e da quella delle rivelazioni giudiziarie aperta. E così via. E non si dice che i move

        nti di Marino siano questi, ma questi possono essere stati, se crediamo nella estraneità di Sofri a quel delitto.

        L’albero del pentimento può dare, come ha dato, di questi frutti. Avremmo potuto sperare che i segni del “prima ti arresto e poi cerco le prove”, che anche in questo caso purtroppo si intravedono,

        i giudici riuscissero al più presto a dissolverli. Ma la comunicazione giudiziaria a Boato e ad altri allontana di molto questa speranza.

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