Quella che a qualcuno pare giungla è semplicemente libertà..

Libertà di espressione e professione giornalistica possono essere in contrasto?

Due vicende degli ultimi giorni hanno drammaticamente rilanciato la questione del sistema italiano che regola per legge la professione giornalistica e hanno messo in chiara evidenza un insopportabile paradosso politico: difendere la “professione giornalistica” come prevista e regolata dall’Ordine può entrare in contrasto con la difesa della libertà di espressione.

Il primo caso è quello della webtv di Pordenone Pnbox e del suo direttore Francesco Vanin citati in giudizio per “esercizio abusivo” della professione giornalistica dalla Procura della Repubblica, sulla base di una denuncia del 2010 da parte dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia. La storia (che non abbiamo trovato nel sito dell’Ordine, neppure andando indietro negli anni) è stata raccontata da Guido Scorza eripresa, tra gli altri, dal Fatto Quotidiano.

Il secondo (qui il racconto dal Fatto Quotidiano) parte dalla scrittrice Michela Murgia che sul suo blog ha denunciato un tentativo di “intimidazione” da parte dell’Ordine dei giornalisti della Sardegna, che ha minacciato una denuncia per – di nuovo – “esercizio abusivo della professione” se gli allievi di un laboratorio di giornalismo da lei diretto scriveranno qualcosa su una testata, o per “stampa clandestina” se saranno ospitati sul suo blog.

Non ho nessuna intenzione di entrare nel merito delle questioni perché il problema è generale, è il concetto stesso che ci possa essere un “esercizio abusivo” della professione giornalistica che è, di tutta evidenza, improponibile e in oggettivo contrasto con il diritto garantito dall’articolo 21 della Costituzione che garantisce a tutti, non solo ai giornalisti di esprimersi liberamente in pubblico. Alcuni cercano di spiegare come occorradistinguere tra “attività giornalistica” (lecita a chiunque) e “professione giornalistica” (consentita solo agli iscritti all’Ordine), dove ciò che distingue la “professione” dalla “attività”: sarebbe la sua natura di lavoro “retribuito e continuativo”. La la Procura di Pordenone nel Caso Vanin lo accusa invece di svolgere “attività giornalistica non occasionale diffondendo gratuitamente notizie”.

A difesa della propria posizione il presidente dell’Ordine della Sardegna ha precisato di aver suggerito aMichela Murgia di registrare regolaremente una testata online, secondo quanto prevede la Legge sulla Stampa del 1948. Peccato che, quando qualcuno come il giornalista Sergio Maistrello ci prova, sbatte contro la pratica impossibilità di farlo, perché la legge e le norme rendono di fatto impossibile registrare una testata online che sia ospitata su server all’estero o di piccoli fornitori italiani.

Una dimostrazione ulteriore di come entrare nel merito giuridico delle singole controversie sia pericoloso, così come ritengo pericoloso anche se comprensibile il tentativo da parte dei nuovi attori non “professionali” della informazione in rete di definire uno spazio “non giornalistico” dove non si applichino la Legge sulla Stampa del 1948 e quella del 1963 che istituì l’Ordine dei giornalisti. Siamo nel mondo digitale e qualunque tentativo di stabilire confini e distinzioni rischia di fare danni maggiori dei problemi che potrebbe teoricamente risolvere, fornendo armi pericolosissime a legislatori e magistrati ossessionati dal controllo e poco consapevoli delle realtà dell’universo digitale.

Occorre semplicemente cancellare un sistema che era sbagliato quando fu concepito ed è folle al giorno d’oggi. Anche perché è un sistema costruito per autoalimentarsi. Leggete i ragionamenti con i quali il presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia Pietro Villotta spiega al Fatto il suo comportamento nel caso Pnbox (mie le evidenziature):

“Esiste una zona grigia tra l’articolo 21 della Costituzione e la legge sulla stampa, dentro la quale rientrano blog e piattaforme online. Anche chi pubblica i video su YouTube fa divulgazione”. E se lo fa regolarmente, secondo l’ordine, è passibile di segnalazione, anche se tratta di “questioni aperte su cui deciderà il legislatore”. Per Villotta “tutto dipende dalla periodicità. Il nostro esposto è a tutela della categoria e dell’ordine. Se viene a meno la garanzia della legge sulla stampa siamo nella giungla”. Il citizen journalism è la ‘concorrenza sleale’ da condannare? “No. Ma se le piattaforme online, dalle web tv ai blog, fanno informazione continuativa, allora noi tuteliamo la categoria”.

E’ tutto perfettamente logico: l’azione è a tutela della “categoria”, e dell’ “ordine” che detta categoria rappresenta. La libertà di espresssione, la democrazia, la costituzione non c’entrano, anzi – nel caso specifico – creano dei problemi alla “categoria” e al suo “ordine”. Aggiungo: creano inevitabilmente problemi, la contraddizione è nei fatti.

Si invoca da anni l’abolizione dell’ordine, che non andrà da nessuna parte. Solo marginalmente più realistico e più radicale è la abolizione (non la riforma) della Legge sulla Stampa. La legge sulla stampa stabiliva il contesto per l’esercizio di una liberta generale, la libertà di esprimersi in pubblico, in un momento storico dove questa era oggettivamente limitata dalle possibilità di produzione e di diffusione dei prodotti. Oggi che chiunque può produrre e diffondere prodotti “editoriali”, essa non ha semplicemente più senso. Cominciamo da quella e poi il resto verrà di conseguenza. Quello che al presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia appare una “giungla” si chiama semplicemente libertà.

[dal blog di Mario Tedeschini Lalli]

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