L’Italia fa piangere i bimbetti svedesi?

Tié, prendi e porta a casa. Anzi da casa prendi sberloni in faccia pur senza aver percorso miglia se non idealmente. Siamo in Italiasvezia_pubblicità e dalla Svezia giunge notizia, un paio di giorni fa, che una nota società pubblicitaria ‘occhiazzurri’ abbia azzardato un paragone tentando di metterci in ridicolo. Ovvero, avrebbe tentato il confronto semplicemente per convincere i connazionali a scegliere il parco di Liseberg, una gelida delizia in salsa Ikea che tanto somiglia al nostro Gardaland. La pubblicità: un bimbo con le lacrime il cui slogan recita “Qualche bambino sarà obbligato a passare le vacanze in Italia quest’estate”. Niente di più semplice che offendersi: siamo proprio terroni.

La comunicazione nazionalpopolare svedese ha coinvolto però anche Creta e Majorca: l’intento era quello di ambire al paragone con noi, ma evidentemente gli svedesi devono accettare l’idea che siamo un po’ diversi dalle lacrime. Per una volta il nostro essere terroni ci rende orgogliosi di un patrimonio (che poi non venga capitalizzato è un altro discorso).

Nel frattempo – giusto per essere in vena di cronaca critica questa settimana – ci redarguiscono (tanto per cambiare) sui conti pubblici (non)in-ordine ma il bello è che li abbiamo più in ordine degli cugini oltralpe tricolore: il deficit strutturale italiano è passato dall’1,3% del Pil nel 2010 allo 0,3% del 2012. Preparatevi: la Francia, giocando a nascondino con il dito, è andata dal 2,4% del Pil (avete letto bene) del 2010 all’1% del 2012. Ogni commento ci pare un tantino superfluo. Ma noi siamo i terroni, però.

Dove andremo a prendere l’orgoglio nazionale per camminare a testa alta e mostrarci autorevoli nello scenario europeo? Sul settimanale ‘Sette’ di ieri del Corriere della sera, un lettore interrogava il collega Beppe Severgnini sul perché l’Italia si stia preparando alla vendita di Pomellato (guarda caso ai francesi) dopo (sempre guarda caso ai francesi) quella di Bulgari, Gucci e Richard Ginori. Non si applicherebbe ai nostri gioielli, dunque, l’adagio “Tutti ci vogliono nessuno ci prende”. Qui ci prendono eccome. E nemmeno a caro prezzo.

Le responsabilità, sposando l’analisi di Antonio Polito, quella di aver scelto (forse inconsapevolmente?) il “fascino perverso della volontà generale”. Quella cioè, giacobina. Quella del “popolo sovrano a prescindere”. E se parliamo di popolo sovrano non possiamo non parlare di piazza, di moltitudini di folle che si moltiplicano e in maniera “diretta” fanno sentire la loro voce senza passare per gli intermediari. Quei rappresentanti che – in ogni caso – attraverso il voto espresso, hanno delegato. Per dirla con Hannah Arendt (che in questo ultimo periodo mi trovo spesso a evocare) “il radicalismo in quanto tale”. Ma non vi è un semplicistico riferimento a una sola forza politica, naturalmente. Le radici di questo radicalismo sono da guardare ben oltre dove si posa lo sguardo..

Non è solo Grillo a urlare.

[Marilena Rodi su un settimanale locale del 4 maggio 2013]

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Michele ha detto:

    già ne ho sentito parlare, peccato che abbiano un tasso di suicidi giovanili immensamente più grande del nostro, chissà forse c’è più da piangere lì alla fine

    1. fausto ha detto:

      Saranno quei mesi d’inverno con due ore di luce a giornata, un po deprimenti. Comunque in media stanno abbastanza bene, nonostante il clima.

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