Mario Sechi: “Gli italiani vogliono l’uomo forte”

Marilena Rodi e Mario Sechi

“‘Tutte le volte che ce l’abbiamo fatta’ è il tentativo di rimettere insieme i pezzi sparsi di un mosaico e ridare all’Italia contemporanea un disegno e un significato. Penso che questa operazione sia riuscita”. Così commenta il suo ‘sussidiario del carattere italiano’: “È un libro destinato a durare – continua – in queste pagine tu trovi il meglio e il peggio del nostro Paese, cioè degli italiani”. E quale sarebbe esattamente il carattere degli italiani? “È quello – dice – descritto nel suo miglior cinema e nella letteratura. Pensa a ‘I Vitelloni’ di Fellini o ‘Il Sorpasso’ di Risi. Ai ‘Promessi sposi’ e ‘Pinocchio’ (parte fondamentale del mio libro), al Gadda del ‘Pasticciaccio’ e tornando indietro al Verga delle novelle, e andando di nuovo avanti fino alle geniali intuizioni di Flaiano”. Per questo, forse, il libro “non ha la parabola di un instant book né i limiti del saggio politico di corto respiro”. E gli italiani chi sono? “Gente che ha ancora genio (decisamente meno rispetto al passato) ma non ha nessuna intenzione di darsi un ordine, uno scopo. Per loro uso nel libro una metafora: non vogliono mai salire sul cavallo bianco”.

Il nostro paese può avere una visione?

“Gli italiani come collettività non hanno mai avuto una visione comune di se stessi. E probabilmente mai l’avranno. Troppo pigri per escogitare un sistema di pensiero che abbia anche una conseguente azione, troppo individualisti per pensarsi “insieme”. Il risultato è che il nostro destino viene disegnato dai singoli, grandi o piccoli che siano. Cavour immaginò l’Italia, i francesi gli diedero i soldi, Garibaldi gli diede una mano a farla. Mussolini ebbe la visione di una nazione da guidare con la disciplina, pensava a una modernizzazione forzata che poi però fallì di fronte ai sogni di gloria e ai tragici errori militari. De Gasperi tenne il Paese in Occidente e Togliatti – sì, proprio lui – evitò un catastrofico esito rivoluzionario verso il comunismo. E poi? Poi ci fu Moro. Quello è uno spartiacque. Da quel terribile momento noi usciamo vittoriosi contro il terrorismo, ma perdenti in tutto il resto. L’Italia si avvita in un confronto prima ideologico e poi di fazione. E cade nel declino. Andreottismo, craxismo, berlusconismo. E una sinistra che da Berlinguer in poi non riesce a costruire un’alternativa socialdemocratica. Questa è la genesi della nostra eterna emergenza. E la risposta continua a essere un mix micidiale di populismo e tecnocrazia”.

Molte caratteristiche del nostro sistema sociale sono state introdotte nel Ventennio. Molte sono state mantenute (mi riferisco alla legge sull’editoria, alla pensione etc.). Perché secondo te?

“Perché Mussolini ha inciso profondamente sulla nostra cultura sociale. Il Duce aveva compreso molto degli italiani. Tanto per cominciare Mussolini aveva ben intuito che la democrazia con loro funzionava fino a un certo punto e forse era perfino controproducente. Poi ne aveva interpretato il bisogno di “uomo forte” e di “rassicurazione”. In entrambi i casi, spia del nostro egoismo, perché l’uomo forte è quello che risolve i tuoi problemi e tu non ci devi minimamente pensare, mentre la rassicurazione è la certezza che potrai continuare a fare quello che vuoi con responsabilità ridotte al minimo. Bastava obbedire al fascio. E per la maggior parte degli italiani fu naturale. Non era un’adesione politica, ma caratteriale. Per molto tempo fece comodo. Poi arrivò Piazzale Loreto. Ma moltissime cose fatte dal regime di Mussolini sono rimaste. Perché erano intimamente legate al nostro essere italiani”.

Siamo in un periodo di guerra, questo lo ripetiamo da tempo ormai. Una guerra economica. Quali saranno le principali vittime? 

“Noi siamo una delle volpi. E siamo già in pellicceria. Mi spiace, ma questa è la realtà che nessuno vuol sentirsi raccontare. Usa la parola volpe non a caso. Per troppo tempo l’Italia ha pensato di poter andare avanti con la vita a debito, come se i conti non dovessero essere mai pagati. E invece no. Il debito è nostro e non degli altri. È terrestre e non marziano. Siamo sempre quelli descritti da Prezzolini: un Paese diviso in due categorie, i furbi e i fessi. Attenzione, io sono contrario al dogma brussellese del rigore a tutti costi, dell’austerità. È una ricetta che ha prodotto un disastro in tutta Europa, tranne che in Germania perché il sistema dell’Euro è Berlinocentrico. All’Italia serviva – e serve oggi più che mai – una serietà che la sua classe dirigente non ha. La ricetta è nota: tenere i conti in equilibrio, tagliare la spesa improduttiva e investire nella scuola, nella ricerca, nei giovani. Ma in questo Paese, francamente, oggi tutto questo mi sembra impossibile”.

Cos’ha l’America che noi non riusciamo ad avere? E perché in Italia ‘nemo propheta in patria’? 

“L’America continua a essere il Paese dell’innovazione, della ricerca e della libertà. Gli Stati Uniti sono ancora una potenza per due motivi: il sistema tecnologico e la forza militare. Il primo disegna i nostri stili di vita, consumi, modi di pensare; il secondo assicura un minimo di ordine in un mondo multipolare e instabile. Le anime belle si rassegnino, esistono i cattivi e vogliono fare sempre i cattivi. Da Hitler ci salvarono gli americani. E non è storia passata, può ripetersi. Perché ci sono tanti ‘nemo propheta in patria’? Perché gli italiani non amano sentirsi raccontare la verità. Sono ancora quelli dei guelfi e ghibellini, prevale lo spirito di fazione in tutte le dimensioni della propria esistenza. Poi, improvvisamente, un bel mattino, si guardano allo specchio e scoprono la verità. Sempre troppo tardi”.

Marilena Rodi

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