“Perché l’arte non sopporta l’indifferenza…”

il
di Achille Bonito Oliva
Nella mia avventura di critico d’arte ho sempre stabilito un rapporto attivo con l’architettura del passato di cui l’Italia ha tante testimonianze. Castel del Monte rappresenta la prova della resistenza dell’arte nei confronti del tempo, una durata che permette all’arte contemporanea di stabilire un cortocircuito con le antiche mura fatte costruire dall’imperatore Federico II. Un’architettura piena di rimandi a significati sottili che fanno da scenario all’opera di un artista come Nino Longobardi il quale conosce bene l’inevitabile conflitto che l’artista stabilisce col tempo e con lo spazio.

Ho scorazzato a lungo nella regione Puglia attraverso mostre e incontri che mi hanno permesso di confermare l’idea di un territorio che ha una sua forte identità dinamica che non vive di celebrazioni o di una retorica memoria, ma piuttosto tende sempre a stabilire una relazione attiva, a spostare l’archeologia del passato nel presente di una condivisione e fruizione collettiva.

Voglio ricordare naturalmente la bella esperienza di Intramoenia Extra Art che ha accolto nel suo itinerario espositivo numerosi artisti internazionali in architetture che segnano la storia di una regione laboriosa e nello stesso tempo piena di dolcezza. La mostra voluta dal Polo museale della Puglia diretto da Fabrizio Vona, in collaborazione con Nova Apulia con il coordinamento di Dafna Napoli, rinnova l’eternità di un’architettura che non è solo un luogo di statiche memorie ma piuttosto il teatro di un’esperienza in atto che sposta il passato attraverso il presente verso il futuro. Essa diventa lo scenario stabile di un evento culturale che la percorre tutta. Paradossalmente con le opere di Nino Longobardi esposte a Castel del Monte e a Palazzo Sinesi, la morte torna in vita attraverso una rappresentazione che sdrammatizza il referto definitivo della scomparsa e ipotizza invece un suo riscatto mediante la sorpresa d’innesti carichi d’ironia.

Dimostrazione dell’armistizio che l’arte stabilisce con la realtà creando uno stato di coesistenza pacifica finanche tra le estreme condizioni della vita e della morte. Ecco la tromba di Eustachio, Dante e Virgilio, Il coro e Testa del poeta convivere con il parafulmine, opera emblematica sugli estremi equilibri dell’artista con la materia e di questa con la forma. La perennità di un Tempo sospeso domina l’esposizione e garantisce una sorprendente stabilità all’iconografia di Longobardi che si affida alla figura. La figura serve proprio a marcare la soglia, il solco che separa l’apparizione dell’arte da altre apparizioni. La qualità specifica, la sua connotazione, risiede nel suo essere esplicitamente apparenza. Un’apparenza che indossa continuamente particolari travestimenti, che inducono lo sguardo a rimanere abbagliato e attraversato da un lampo di nuova conoscenza. Nell’opera dell’artista napoletano la figura serve a produrre un cuneo, un varco tra la serenità della comunicazione e la turbolenza del gesto artistico. Il fine è sempre quello di introdurre un’attesa, una sospensione del gusto tradizionale e la produzione di una sorpresa per lo sguardo e per la mente. Perché l’arte non sopporta l’indifferenza, la distrazione di uno sguardo che si pone in una condizione inerte. Nel nostro caso la figura introduce sempre la bellezza che, come dice Leon Battista Alberti, è una forma di difesa. Difesa dall’inerzia del quotidiano e dalla possibilità di scacco da parte di sguardi indifferenti che non restano abbagliati alla sua apparizione. La sorpresa, la serena eccentricità dell’arte, sono i movimenti tattici di una strategia rivolta ad affermare la differenza dell’immagine artistica dalle altre immagini. Nel percorso espositivo, opere come Gute shlafen Federico e Fibonacci 1 rappresentano la prova della flessibilità di poetica di Longobardi che da una parte è consapevole del transeunte e dall’altra adotta l’astuta decisione concettuale di appellarsi alla metamorfosi della materia e di rintracciare in essa il sospetto di una possibile eternità.
Ecco allora il contorcersi di una crocifissione miniaturizzata che nella sua sostanza filiforme sembra vaporizzarsi e trasferirsi in un altrove oppure l’omaggio a Fibonacci, monaco pisano che con la sua legge sulla proliferazione numerica dimostrò la vitale espansione della realtà. La citazione viene impiegata dall’artista senza enfasi o retorica. Viene esaltato l’errore come prova dell’errare, il pathos della ricerca matematica reso visibile dalla cancellazione e correzione dei numeri di Fibonacci.
Infine un atto di ospitalità è espresso da Nino Longobardi che ha approntato negli spazi del castello un Letto per Federico, naturalmente sostenuto da teschi e ossa di scheletri umani. Qui non manca dunque nemmeno il memento mori. Non espresso in termini terrifici, ma documentato e continuamente rapportato alla vita.
Insomma con l’arte non è possibile prendere decisioni pratiche, non è possibile entrare o uscire, aprire o chiudere. L’opera è metafora e metonimia nello stesso tempo, soglia di congiunzione in cui le opposizioni tacciono e le decisioni sono interdette. Nell’apparente neutralità di un’architettura monumentale e misteriosa, Castel del Monte segna il passo e designa una doppia economia simultanea dell’entrare e dell’uscire: lo spazio di un altrove che si può solo sospettare.
Questa mostra ci permette anche di confermare la capacità dell’arte di creare una coesistenza delle differenze, un intreccio tra passato e presente, una situazione d’interattività con un pubblico che può usufruire dell’archeologia legata alla memoria e di un’architettura che diventa sempre più attuale attraverso il contatto con l’arte contemporanea.
[tratto da Repubblica Bari del 25 aprile 2017]

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