Biennale d’arte a Venezia, il ‘Mondo magico’ ispirato al sud di Martino

di Dario Pappalardo
Ispirata al mondo magico la rassegna di Cecilia Alemani è dedicata alle teorie di Ernesto De Martino ed espone soltanto opere di tre autori: Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bey e Giorgio Andreotta Calò.

VENEZIA. Al Padiglione Italia della Biennale d’arte, per la prima volta da anni, si gioca una partita a tre. Ed è un grande match. Non si contano i quasi venti artisti delle passate edizioni. Via il manuale Cencelli, via i “venerati maestri” messi accanto alle “giovani promesse”, e soprattutto: «Via le cellette in cui dividere le opere e gli autori che si vedono in tante fiere», dice la curatrice Cecilia Alemani (classe 1977, direttrice della High Line Art di New York).

Il suo «Mondo magico», titolo della mostra che cita il saggio dell’antropologo Ernesto De Martino, è scandito in tre capitoli, rispettosi della spettacolare architettura delle Tese delle Vergini all’Arsenale, dove si stoccava il carbone. A chi entra — Vittorio Sgarbi, che al suo Padiglione del 2011 portò centinaia di artisti, è il primo al mattino ad affacciarsi e a fare i complimenti — lo spazio senza set posticci appare un altro. A cominciare dall’officina a vista di Roberto Cuoghi (1973): qui l’artista sperimenta nuovi modi di rappresentare Cristo.
Imitatio Christi è il testo medievale che battezza il progetto. È ancora possibile fabbricare icone di Gesù? Sulla parete, accanto all’ingresso, i calchi in terracotta e bronzo del volto più raffigurato dall’arte occidentale seguono con gli occhi il visitatore: sono stati costruiti grazie a stampanti 3D. Poco distante, boiler e mescolatori montati in alto permettono a tutti di seguire “live” il processo di realizzazione di altre sculture. La materia prima — non bronzo in questo caso, ma una sostanza organica arricchita di proteine — viene riscaldata e versata in uno stampo. I corpi di Cristo crocifisso sono lasciati ad asciugare sui tavoli in un tunnel gonfiabile diviso in sei cupole con condizioni atmosferiche differenti. Le persone lo percorrono curiose, entrano, escono, scostano le tende di plastica della struttura. C’è un’atmosfera tra E.T. e l’antro dello scienziato pazzo. Dentro il tunnel, le statue, perché composte da materiale biologico, seccandosi, si coprono di muffe, cambiano colore, odore, alcune si spaccano. La scultura vive e del suo destino decide la natura. L’ultimo passaggio avviene in un liofilizzatore: una sorta di forno a 60 gradi che toglie l’acqua dalle opere. Il risultato, nel corso della Biennale, sarà via via affisso alla parete di fondo: teste, frammenti, corpi incompleti, risultato di un work in progress “magico” che trasforma l’arte contemporanea direttamente in archeologia.
Nella seconda navata, il video The Reading di Adelita Husni-Bey (1985) è più semplicemente “politico”: dieci ragazzi, sollecitati da una lettura collettiva di tarocchi disegnati dall’artista stessa, discutono dello sfruttamento della terra, dei disastri ecologici. Le loro voci si incrociano: «Distruggiamo quello di cui abbiamo bisogno»; «Attraverso la realtà virtuale ognuno oggi può vedere ciò che vuole e ignorare quello che accade davvero ». È una lenta e spontanea presa di coscienza che Husni-Bey registra in diretta, concludendo un laboratorio teatrale realizzato con i giovani prima di riprendere queste immagini. Una tenda scura introduce all’ultimo ambiente. Il gran finale inizia al buio, in un labirinto di ponteggi. La luce arriva a stento da due finestre sulla destra. Sui tubi di ferro di tanto in tanto si individuano alcune conchiglie scolpite in bronzo. Poi una scala, ancora buio. Si lascia indietro il mondo di sotto e si sale su. Ed ecco il soffitto del padiglione che si riflette in qualcosa, si moltiplica. «Ma, perché, è acqua quella?», chiede una signora. Sì, lo è. Con La fine del mondo Giorgio Andreotta Calò (1979) ha riempito d’acqua la parte superiore della Tesa. Una struttura di legno fa da base a una vasca colma fino a 30 centimetri. Sulla parete frontale, uno specchio aumenta ancora di più lo spazio. Le ombre laggiù sono le nostre. Sembra di guardare sul fondo di un abisso. Vertigini, paura: è questo che qualcuno prova. «Avrei voluto ancora più buio, avrei voluto allagare tutto», dice Andreotta Calò, che conosce questo ambiente perfettamente da ex macchinista e assistente alla Biennale del 2001 dell’ucraino Ilija Kabakov. «Vorrei che chi guardasse l’opera riprendesse possesso delle sue percezioni, ristabilisse la relazione con il pericolo. Alla fine questo lavoro è anche un omaggio alla mia città, Venezia, che non riconosco più e che ha subito uno scempio».
Un custode invita a non fare foto. Ma qui davvero non c’è nulla da scattare. Con «Il mondo magico » al Padiglione Italia è stata costruita un’esperienza che si può soltanto attraversare.
[tratto da Repubblica del 10 maggio 2017]

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