Consip, gli intrighi e i veleni che hanno portato ‘Capitano Ultimo’ alla Forestale

Consip il grande intrigo

Che storia racconta la sequenza di manipolazioni, infedeltà, segreti violati nell’inchiesta Consip? Davvero si è trattato di un complotto? Sette diverse fonti qualificate interne agli apparati di sicurezza dello Stato e di Governo che hanno accettato di rispondere nelle scorse settimane alle domande di Repubblica purché venisse garantito loro l’anonimato, nonché l’accesso a comunicazioni riservate, consentono oggi di dare una prima risposta. L’affaire Consip non è stata una macchinazione. Piuttosto, è stata, come nello spirito del tempo, la gallina dalle uova d’oro intorno alla quale, per dieci mesi, hanno danzato Politica, Intelligence, Arma dei Carabinieri, magistratura, giocando ciascuno una propria partita. Governati da un proprio interesse. Quasi sempre di corto respiro: carriere, ricadute politiche, visibilità. Tutti consapevoli della straordinaria opportunità che gli era stata data. Giocare di sponda con il destino politico dell’uomo che nella Primavera del 2016, anno del “giudizio universale” referendario, aveva in pugno il Paese, o almeno così riteneva: il presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

LA STORIA ha un incipit. Cruciale per comprendere tutto quello che accadrà di lì ai successivi 18 mesi. L’estate del 2015. In luglio, il Fatto Quotidiano pubblica le intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra l’allora generale della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi (ufficiale cresciuto all’ombra del ventennio berlusconiano e poi riconvertito al renzismo nell’ultimo tratto della sua carriera in Toscana), e il presidente del Consiglio Matteo Renzi. I colloqui si riferiscono all’anno precedente, alle settimane in cui Renzi si prepara a sostituire a Palazzo Chigi Enrico Letta. Non è un bel leggere. Per toni e contenuti. Renzi, infatti, è furioso. Perché nulla sa di quella intercettazione. E perché ha dovuto scoprirlo leggendo un giornale. Chiede conto di quanto è accaduto. E lo fa con il nuovo comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette, già capo di gabinetto del ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Le intercettazioni, infatti, spuntano da un’indagine disposta dal pm napoletano John Henry Woodcock e condotta dal Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri, di cui è vicecomandante l’unica superstite leggenda dell’Arma, il colonnello Sergio De Caprio, “Ultimo”, l’ufficiale che ha arrestato nel 1993 il Capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina. Cosa c’entrano infatti quelle conversazioni intercettate con un’indagine che ha a oggetto la presunta corruzione di un sindaco di provincia per una storia di metanizzazione e illuminazione pubblica dell’isola di Ischia?

È ormai noto che quell’inchiesta, che con grande rumore punta in quel momento alle cooperative rosse (l’appalto è stato vinto dall’emiliana Cpl Concordia), lambisce Massimo D’Alema, e dunque la componente ex Ds del Partito Democratico, una volta trasferita a Modena per competenza, non andrà da nessuna parte. Almeno per quanto riguarda il coinvolgimento della politica. Meno noto, ma assai più interessante ai fini di questa storia, il modo con cui quelle intercettazioni del presidente del Consiglio sono finite su un giornale.

Si accerterà, infatti, che per un curiosissimo errore materiale, quattro marescialli del Noe hanno depositato il dossier che contiene quelle intercettazioni (e che il pm Woodcock aveva chiesto di omissare, trasmettendolo per competenza alla procura di Modena) in un procedimento parallelo di criminalità organizzata cui è stato dato accesso agli avvocati.

I quattro marescialli saranno prosciolti dall’accusa di violazione del segreto. Ma il conto per quella “fuga di notizie per errore” lo pagherà il colonnello Sergio De Caprio, che del Noe è il vicecomandante e dell’indagine Cpl Concordia ha coordinato ogni mossa. Il Comandante generale dell’Arma Del Sette e il suo allora sottocapo di Stato Maggiore, Gaetano Maruccia (diventerà Capo di stato maggiore nel luglio dell’anno successivo, il 2016), della storia di Cpl Concordia nulla sanno. La scoprono leggendo sul Fatto le intercettazioni tra il premier e il generale Adinolfi. È l’occasione per mettere mano all’anomalia che tutti conoscono, di cui tutti parlano da anni e che nessuno si è azzardato per convenienza ad affrontare. Né la magistratura, né l’Arma, né la stampa. Per smontare o comunque esercitare una qualche forma di controllo sulla cinghia di trasmissione che vede un pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli (Woodcock) occuparsi di reati della pubblica amministrazione utilizzando come polizia giudiziaria gli uomini di Ultimo che dovrebbero occuparsi di reati ambientali. Inchieste di formidabile impatto mediatico, di altrettanto formidabile effetto politico istantaneo ed esito processuale mai coincidente con le premesse, per competenze territoriali e risultati dibattimentali. È successo con Finmeccanica. È successo con lo Ior. È successo con il tesoretto della Lega. È successo con la loggia P4.

Del Sette rianima dunque un piano di riordino dei reparti speciali dell’Arma (il Noe è uno di questi) che il suo predecessore, Leonardo Gallitelli, ha sepolto in un cassetto. E che sottrae il controllo delle indagini di polizia giudiziaria al vice comandante del Noe (Ultimo) per consegnarle al comandante che Del Sette sceglie tra gli ufficiali di sua fiducia, il generale Sergio Pascali.

Il colonnello De Caprio è fritto. Dopo lustri è di nuovo un guerriero senza spada. Ed è orfana la creatura che ha costruito a sua immagine e somiglianza, il Noe. Un reparto custode, nelle sue intenzioni, di un’ortodossia che ha origine nel generale Carlo Alberto dalla Chiesa e nel Ros di Mario Mori e di un metodo che immagina un reparto di eccellenza muoversi sul sottile e scivolosissimo crinale che divide un corpo di polizia da un servizio segreto. Reagisce dunque nell’unico modo che conosce. Ribellandosi. Minaccia di lasciare l’Arma. Rifiuta un primo tentativo di appeasement che lo vedrebbe alla guida di qualche importante comando provinciale. Piovono interrogazioni parlamentari, viene pubblicato qualche informato articolo. È una grana la cui soluzione Del Sette delega al suo allora sottocapo di Stato maggiore, Maruccia.

*** De Caprio è convinto che la sua destituzione sia, né più e né meno, che la vendetta della Politica su quei carabinieri e sul pm che l’hanno messa da anni in scacco. Con la complice arrendevolezza di un nuovo comandante generale. Ma Di Caprio si fida di Maruccia. A tal punto da ammetterlo, unico tra i papaveri di viale Romania, alle celebrazioni in memoria del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che, ogni anno il 3 settembre, celebra nella Onlus Mystica, casa famiglia per ragazzi che ha fondato. Maruccia prova a ricondurlo a più miti consigli. Gli raccomanda prudenza. Lo prega di tenersi lontano dalle luci della ribalta mediatica. In cambio, gli chiede cosa voglia per chiudere quella storia con reciproca soddisfazione. È un tira e molla che va avanti qualche mese. Finché De Caprio non concorda il prezzo per un divorzio consensuale: il suo trasferimento ai Servizi segreti.

La cosa appare a Del Sette la quadratura del cerchio. Può cancellare l’anomalia del Noe riconducendolo nella fisiologia del controllo della catena gerarchica, senza umiliarne il simbolo. Di più. Può farlo promettendo a De Caprio non solo che si spenderà per fargli ottenere quel nuovo impiego. Ma che è disposto a fare in modo che lo seguano anche i suoi “orfani” del Noe.

Il comandante generale dell’Arma, tuttavia, deve convincere il Governo. Incontra, tra la fine del 2015 e i primi mesi del 2016, l’allora sottosegretario con delega all’Intelligence (ora ministro dell’Interno) Marco Minniti. De Caprio ai Servizi risolve un problema a tutti — argomenta Del Sette — consente di non disperdere le sue straordinarie capacità investigative ma di imbracarle in una struttura che non sia tentata da fughe in avanti. Consente di “ripulire” il Noe da quel vincolo eccentrico di fratellanza, “ribellismo”, mistica Apache (i nickname del gruppo sono Parsifal, Ombra, Arciere, Aspide, Veleno) consegnato all’epica da libri e serie televisive sulla stagione della caccia a Totò Riina, che rende quella struttura ingestibile. Minniti dà il suo nulla osta. Ma la collocazione di De Caprio è meno semplice di quello che appare.

Perché si fa presto a dire Servizi. Quali Servizi? Non certo il Dis, il Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza, organo di coordinamento dell’intelligence, dove Ultimo andrebbe a morire come impiegato o peggio analista. Ma neppure Aisi, il Servizio segreto interno, perché c’è un problema. Nessuno lo sa e nessuno lo saprà mai fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, ma la procura di Napoli ha considerato in passato l’arresto di De Caprio accusandolo di concussione. Un imprenditore, ex ad di Selex (gruppo Finmeccanica) ha sostenuto infatti di essere stato costretto a garantire a Ultimo alcune richieste di utilità per ragioni private, per assicurarsi il nulla osta del Noe necessario al suo business. De Caprio non sarà mai arrestato e il gip di Napoli si dichiara incompetente e trasferisce l’incarto a Roma. Dove, dopo un interrogatorio con il procuratore Giuseppe Pignatone e l’allora pm (oggi aggiunto) Paolo Ielo, l’inchiesta viene archiviata per inconsistenza dell’accusa.

Dunque, per De Caprio non resta che l’Aise, la nostra Agenzia di spionaggio, prevalentemente rivolta all’estero.

*** Il direttore dell’Aise, Alberto Manenti, coglie in De Caprio un’opportunità. Dal giorno in cui ha messo piede nella stanza di direttore dell’Aise a Forte Braschi, quartier generale dell’Agenzia, luogo tra i più protetti e impermeabili del Paese, è, infatti, assediato dai veleni della stagione del Sismi di Niccolò Pollari. E dal suo epigono, Marco Mancini. Ex carabiniere, benvoluto nei circoli di certa sinistra, è stato potentissimo capo divisione all’acme delle fortune pollariane, travolto con infamia dall’extraordinary rendition di Abu Omar e dalle vicende della centrale di spionaggio parallelo cresciuta all’ombra della Telecom di Tronchetti Provera. Marco Mancini è un sopravvissuto. Ha attraversato le tempeste giudiziarie protetto dal segreto di Stato, ma ne è uscito menomato nelle sue ambiziosissime aspettative di carriera. E’ stato parcheggiato per un po’ a Vienna. Poi è rientrato a Roma dove è stato messo dietro a una scrivania al Dis. Anche se non ha un incarico da niente. Perché controlla la contabilità, coperta da segreto.

Dunque, le spese delle agenzie operative. Mancini e i suoi (perché ne ha ancora qualcuno in Aise) sono per Manenti una minaccia in sé. Anche perché — Dio solo sa se a torto o a ragione — l’uomo sarebbe ancora depositario di inconfessabili segreti che riguardano la stagione dei pagamenti dei riscatti per gli italiani sequestrati in Iraq durante il conflitto e persino della morte di Nicola Calipari. Insomma, Manenti ha bisogno di stringere i bulloni dell’Aise e l’“orfano” arrabbiato Sergio De Caprio sembra un dono del cielo.

Non fosse altro per come si presenta il primo giorno a Forte Braschi. Lo fanno accomodare in un’anticamera e quindi, prima di portarlo a colloquio con il direttore, lo invitano a passare attraverso il metal detector. Ultimo è la prima cosa che farà notare. «Mi sarei potuto far saltare in aria mentre aspettavo». Dunque, è a bordo. Viene nominato capo della Divisione sicurezza interna. È un reparto che ha come compito la sorveglianza degli asset del Servizio. Dalle banche dati, alle infrastrutture, dalla fedeltà degli operativi, alle operazioni sotto copertura, al rapporto con gli informatori. E, non ultimo, la congruità nella rendicontazione delle spese di gestione. Parliamo del denaro riconosciuto alle fonti confidenziali ma anche delle singolari spese di rappresentanza (decine di migliaia di euro) dei centri esteri per acqua minerale e succhi di frutta.

Il direttore dell’Aise, Alberto Manenti, ha insomma un nuovo pretoriano. Presto altri lo raggiungeranno. Dal Noe. Ricomponendo la“Squadra”. Perché questo è negli accordi.

Ultimo scrive la sua lettera di commiato agli uomini del Noe. Con il senno di poi, più che un addio appare il manifesto di quello che li aspetta e che lui ha in mente.

“ Ho il dovere di ringraziarvi per come avete lottato contro una criminalità complessa, contro le lobby e i poteri forti che la sostengono, senza mai abbassare la testa, senza mai abbassare lo sguardo di fronte a loro e senza mai nulla chiedere per voi stessi. Da Ultimo, vi saluto nella certezza che senza mai abbassare la testa, senza mai abbassare lo sguardo e senza mai chiedere nulla per voi stessi, continuerete la lotta contro quella stessa criminalità, le lobby e i poteri forti che le sostengono e contro quei servi sciocchi che, abusando delle attribuzioni che gli sono state conferite, prevaricano e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere.

Onore a tutti i Carabinieri del Comando per la Tutela dell’Ambiente”.

Siamo tra la primavera e l’estate del 2016. Nessuno immagina quale gioco di specchi stia per cominciare. De Caprio lascia il Noe con un’eredità: il “la” all’inchiesta sugli appalti Consip, la centrale unica degli acquisti di Stato. La prosecuzione naturale del lavoro cominciato con Cpl Concordia, un’altra puntata dell’inchiesta sul potere secondo il metodo Woodcock.

De Caprio non è più nell’Arma. Ma nell’Arma pesca. De Caprio non è più il vice comandante del Noe ma nel Noe si prepara a scegliere nei successivi dieci mesi 34 uomini che vuole lo seguano in Aise. Tra loro c’è anche un ambiziosissimo capitano napoletano. Gianpaolo Scafarto.

I veleni di Consip

SERGIO De Caprio è un cane senza padrone. Forse perché, in fondo, non può averne. Se ne accorgono presto anche all’Aise, la nostra agenzia di spionaggio, dove è transitato nel 2016 dopo aver lasciato il Noe, di cui è stato vicecomandante. Per mesi, subito dopo il suo arrivo in Aise, la domenica mattina partecipa alla messa che viene celebrata per il personale nella sede di Forte Braschi. Attende regolarmente che la cerimonia si concluda e, a chiosa della benedizione, prima che l’ecclesia si sciolga, sale sul pulpito e pronuncia sentiti sermoni su concetti come “la battaglia”, “il coraggio”, “la lealtà”. È uno spettacolo che scombussola le routine felpate del Servizio. Soprattutto che annuncia grane. Anche perché il patto che ha consentito di chiudere la vicenda Noe viene sostanzialmente onorato dal direttore dell’Aise Alberto Manenti e dal Comandante generale dell’Arma Tullio Del Sette.

CON LA BENEDIZIONE del Governo Renzi, che quell’accordo ha vidimato nella convinzione che consenta di prendere due piccioni con una fava. Sciogliere l’anomalia di un Reparto di fatto fuori controllo, senza umiliarne il simbolo, il colonnello Sergio De Caprio. Anzi, reimpiegandolo e riguadagnandone la leale riconoscenza.

Dei 34 uomini che Ultimo ha chiesto lo seguano al Servizio ne ottiene 23. Di questi, 19 provengono dai ranghi del Nucleo operativo ecologico, il Noe. «Nei momenti duri – ripete spesso Ultimo citando un motto di saggezza Apache – ho pensato spesso alle tecniche di combattimento degli indiani d’America: apparire e svanire, essere pochi e sembrare tanti».

È più o meno quello che intende fare in Aise con la Sicurezza interna di cui gli è stato affidato il comando. Ma è anche, più o meno, quello che accade con ciò che si è lasciato alle spalle: il Noe. Se si chiede all’avvocato che assiste Ultimo, Francesco Antonio Romito, vi dirà che De Caprio chiude con il Noe il giorno in cui firma la sua lettera di commiato. In realtà – almeno se si deve stare non tanto alla logica ma alle evidenze dell’inchiesta della Procura di Roma – quel filo che lo lega al suo passato resta saldo come la gomena di una nave. E non solo per il rapporto di stima e amicizia che lo lega al pubblico ministero napoletano Henry John Woodcock, che dell’inchiesta Consip è il dominus. Ma perché l’ufficiale cui sono delegate le indagini, Gianpaolo Scafarto, è in predicato (e per un certo periodo la sua posizione verrà trattata tra Aise e Arma) di seguirlo in Aise. Dove non è chiaro perché non arrivi. A meno di non voler credere a quello che racconta agli amici lo stesso Scafarto quando parla di «ragioni familiari».

Del resto, e solo per dirne una, per capire l’osmosi tra quel pezzo di Noe transitato in Aise e i carabinieri che al Noe invece sono rimasti, basterebbe ricordare un dettaglio. A dispetto di ogni prassi e regola che disciplina la separatezza assoluta tra polizia giudiziaria e Intelligence, a un certo punto dell’inchiesta Consip è necessario togliere delle cimici che in origine sono state installate da Carabinieri poi passati al Servizio. Ed è agli uomini di De Caprio, ormai in carico al Servizio, che il Noe chiede aiuto. *** Tra la primavera e l’autunno del 2016, quando le pedine del Grande Gioco hanno trovato una nuova disposizione sullo scacchiere (De Caprio e i suoi 23 in Aise, Scafarto e chi ancora gli è fedele nel Noe), l’affaire Consip da palla di neve si fa valanga. L’inchiesta che ha in gestazione il pm Henry John Woodcock dovrebbe essere protetta da un segreto ermetico. In realtà nei giri che contano se ne conosce l’esistenza e la potenziale ricaduta politica. Le redazioni dei quotidiani, già alla fine della primavera, raccolgono voci insistenti di una «scossa» che arriverà da Napoli e travolgerà Renzi. Già prima dell’estate – come testimonieranno i vertici Consip nell’inchiesta della Procura di Roma e prima ancora in quella di Napoli – cominciano gli spifferi che dovrebbero mettere in guardia il management dal coltivare rapporti con l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo (che poi verrà arrestato nel marzo 2017).

Dice a Repubblica una qualificata fonte inquirente dell’inchiesta Consip: «Quando l’inchiesta napoletana raggiunge la sua massa critica, è evidente che qualcuno ritiene che l’occasione sia troppo ghiotta per non essere sfruttata. Le notizie napoletane coperte da segreto, al mercato della benevolenza della Politica, valgono un tesoro. Chi avviserà per primo del pericolo che grava sulla Presidenza del Consiglio, sa che ne avrà in cambio riconoscenza. E sono almeno tre i canali attraverso i quali il segreto di Consip diventa un segreto di Pulcinella e viene consegnato alla Politica».

Uno – per stare alla testimonianza di Luigi Marroni, amministratore delegato di Consip, passa attraverso il vertice del Comando generale dell’Arma. «Il presidente di Consip, Luigi Ferrara, mi disse di aver appreso, in particolare dal Comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette, che c’erano indagini che riguardavano Alfredo Romeo, dicendogli di stare attento». Un altro passa asseritamente attraverso il generale Emanuele Saltalamacchia, comandante dell’Arma in Toscana, anche lui indicato da Marroni come fonte diretta della “soffiata” sull’esistenza di un’inchiesta. Il terzo canale è quello di Palazzo Chigi, nella persona di Luca Lotti, il più fedele tra i fedelissimi di Matteo Renzi, oggi ministro dello Sport, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio. «Nel luglio 2016 – ha messo ancora a verbale Marroni – l’onorevole Luca Lotti, che io conosco, mi ha detto di stare attento perché avevaappreso che vi era una indagine sull’imprenditore Romeo di Napoli e sul mio predecessore Casalino, dicendomi espressamente che erano state espletate operazioni di intercettazioni telefoniche e anche ambientali, mettendomi in guardia ».

Ora, se è vero, come è vero, che i depositari dei segreti Consip sono formalmente solo il pm Woodcock e il capitano del Noe Scafarto, è evidente che in questa fase almeno uno dei due rende il segreto meno ermetico.

Chi? E perché?

*** Woodcock, oltre all’assenza di evidenze che lo indichino come origine della fuga di notizie a beneficio di Palazzo Chigi, è escluso dalla logica. Svelare il segreto politico di Consip sarebbe stato un autolesionistico controsenso. Dunque, resta il capitano del Noe Scafarto. E in effetti l’uomo chiacchiera. Non certo con interlocutori politici con cui non ha rapporti. Sicuramente con la sua catena gerarchica. Con il vice comandante del Noe, il colonnello Alessandro Sessa. Al punto da temere – come documentano gli sms nella loro chat – che Sessa a sua volta ne abbia parlato con il comandante del Noe o con il Capo di Stato maggiore, Gaetano Maruccia. «Signor colonnello – è scritto in uno dei messaggi agli atti dell’indagine, collocato temporalmente nei giorni degli ascolti disposti da Napoli del padre del presidente del Consiglio, Tiziano Renzi – sono due giorni che io penso continuamente a queste intercettazioni e alla difficoltà di portare avanti queste indagini con serenità. Credo sia stato un errore parlare di tutto col capo attuale e continuare a farlo. La situazione potrebbe precipitare con la fuga di notizie». E che sia, del resto, l’accoppiata Scafarto- Sessa l’anello debole della catena che dovreb- be custodire il segreto di Consip è confermato anche dai timori dei due circa le possibili reazioni di Woodcock. «Vi faccio passare un guaio», li ha avvisati, temendo che qualcosa dell’inchiesta venga riferita alla catena gerarchica (dunque al vertice del Noe o al vertice del Comando generale).

È un fatto che il segreto di Consip tra la primavera e l’estate del 2016 non è più tale e che il gioco può cominciare.

*** Sulla prima partita che si gioca intorno alla gallina dalle uova d’oro chiamata Consip – quella cioè che vedrebbe l’Arma offrire il segreto politico dell’indagine a Palazzo Chigi – l’istruttoria della Procura di Roma e le testimonianze raccolte da

Repubblica compongono un puzzle dove la parola dell’uno (gli accusatori) è smentita dalle parole dell’altro (gli accusati). Del Sette nega di aver mai riferito di Consip nei termini in cui ne parla Marroni. Il generale Maruccia nega di aver mai riferito a Del Sette dell’indagine Consip e soprattutto di aver mai appreso dalla catena gerarchica del Noe tanto il risvolto politico di quell’inchiesta, tanto delle intercettazioni in corso a carico di Tiziano Renzi. Luca Lotti continua a trincerarsi da un anno dietro a un’affermazione radicale – «non ho mai saputo nulla dell’indagine su Consip da nessuno» – e alla scelta di non offrire alcuna spiegazione plausibile del perché venga accusato da chi lo saprebbe innocente, se non indicando un generico “risentimento politico” maturato negli anni fiorentini da parte dei suoi accusatori.

È un dato oggettivo che la fuga di notizie ci sia stata perché ne è prova l’inefficacia delle intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura di Napoli (Tiziano Renzi viene messo in guardia dal parlare). Ed è solido e plausibile il movente per cui alti ufficiali dell’Arma avrebbero offerto quell’informazione riservata conoscendone il valore e il possibile ritorno in termini di carriere. A maggior ragione in un momento di annunciato passaggio di consegne del Comando generale dell’Arma.

*** Del resto, che la partita che si gioca nell’Arma, fuori e dentro, sia decisiva è dimostrato anche da un’altra circostanza. Consip – ma meglio sarebbe dire la piega che inopinatamente prende l’inchiesta quando ai risvolti politici del coinvolgimento del cerchio magico renziano si sommano quelli della fuga di notizie dal Comando generale – è l’occasione per saldare davvero il conto aperto nell’estate del 2015 con la riconduzione all’ordine del Noe. Il coinvolgimento di Del Sette è qualcosa che sembra sorprendere persino gli stessi Scafarto e Woodcock. Ma una volta che quel coinvolgimento c’è stato (la confessione di Marroni), il capitano del Noe ne coglie l’effetto dirompente e definitivo. In un sms mandato a Ultimo il 22 dicembre 2016, giorno in cui il Fatto dà notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di Del Sette per rivelazione di segreto d’ufficio, scrive: «Ride bene chi ride ULTIMO».

Già, anche perché quella notizia cade con un timing devastante per il Comandante generale. Il 23 dicembre, poche ore prima che il Consiglio dei ministri si riunisca per deliberare sulla sua proroga di un anno nel comando (decisione che verrà congelata per qualche mese). Del Sette è irrimediabilmente azzoppato. E con lui è azzoppato quel generale Saltalamacchia che Renzi, nella primavera 2016, aveva immaginato ai Servizi e che qualcuno riteneva in rampa di lancio per la successione di Del Sette.

*** Abbiamo detto tuttavia che le partite sono diverse. Ce n’è una che riguarda i Servizi, la Politica e che ha un indiscusso protagonista: il capitano Gianpaolo Scafarto. Sono ormai inoppugnabili (e riconosciuti persino dall’interessato) i due macroscopici falsi che manipolano l’informativa del Noe alle procure di Napoli e Roma che deve accreditare due verità di grande impatto politico. La prima: gli incontri tra Romeo e il padre di Renzi (in un’intercettazione la circostanza, sotto forma di involontaria confessione viene attribuita all’imprenditore napoletano, mentre a parlarne è l’ex deputato Italo Bocchino, che di Romeo è consulente) devono confermare l’interessamento politico di Palazzo Chigi per tutelare “un imprenditore amico” cui sarebbe stato persino proposto il salvataggio del quotidiano di partito, l’Unità. La seconda: il presidente del Consiglio, violando ogni regola, ha coinvolto i Servizi segreti del paese per far deragliare l’inchiesta del Noe, spiarne le mosse e dunque mettere al riparo se stesso e suo padre (la circostanza viene accreditata con la falsa presenza di operativi dell’Aisi, il nostro controspionaggio, sulla scena delle operazioni del Noe. Peccato che il Noe sappia siano ignari cittadini).

Perché Scafarto fa mosse così catastrofiche? La spiegazione che dà il capitano sembra buona solo per chi vuole bersela: la fretta di mettere insieme in meno di tre settimane l’informativa finale sul lavoro di un anno.

In realtà, Scafarto ha due altre ottime ragioni, in quella piccola e ambiziosa partita che si gioca in proprio. Una ha a che vedere con la consapevolezza che offrire a Woodcock quello che Woodcock vuole sentirsi dire non potrà che farlo crescere ai suoi occhi quale “nuovo Ultimo” del Noe, assicurandogli un posto al sole come l’ufficiale che ha abbattuto l’uomo più potente del Paese. Una seconda ottima ragione per violare le regole – come ad esempio trasmettere all’Aise via mail notizie di Consip coperte da segreto – ha invece a che vedere con l’altra possibile strada che la carriera di Scafarto potrebbe infilare: l’approdo all’Aise. Se è vero infatti che delle due mail inviate a Forte Braschi, la prima è sollecitata dal Servizio che vuole verificare un nominativo presente nelle carte perché appartenente a un servizio estero, la seconda è invece fuori sacco. Il file “Mancini.docx” («Sempre per il capo» scrive Scafarto ai due suoi ex colleghi ora all’Aise, perché lo girassero a Ultimo)ha infatti a che fare con il nuovo lavoro di De Caprio – il controllo della fedeltà degli uomini delle Agenzie di intelligence – e cioè con l’uomo individuato come il problema da risolvere una volta per tutte nei Servizi. Quello che, a torto o a ragione, si vorrebbe potenziale terminale o motore di temuti ricatti interni. In quella mail, si svela infatti il rapporto tra Italo Bocchino e Marco Mancini, documentato da intercettazioni telefoniche alcune delle quali non allegate agli atti “ufficiali” di indagine, e dunque si allunga l’ennesima ombra sull’ultimo dei pollariani nella nostra Intelligence, il custode dei segreti di quella stagione. De Caprio – deve pensare Scafarto – gli sarà riconoscente. L’avvocato di Ultimo, Francesco Antonio Romito, assicura che quelle mail forse non sono state neppure lette. «Certamente non le ha sollecitate».

*** In questo groviglio dove nessuno, com’è evidente, dice tutta la verità o, meglio, ne propone forse solo un brandello, quello necessario a chiamarsi fuori, si comprende la decisione senza precedenti con cui il 17 luglio scorso il Governo decide di estromettere in blocco dall’Aise De Caprio e i suoi 23 uomini in un’unica soluzione. Restituendoli all’Arma.

Nessuno infatti, né a Forte Braschi né all’Arma, il cui vertice si è dimostrato non in grado di governare neppure il Noe “bonificato” da Ultimo, è in grado di garantire cosa e quali segreti possano saltare fuori dalla deflagrazione del rapporto Woodcock-Ultimo-Scafarto (hanno lavorato insieme per anni. Sono seduti su un patrimonio di notizie riservate che non necessariamente sono finite in atti giudiziari). Soprattutto dopo che, il 16 luglio, il procuratore di Modena, Lucia Musti, ha accusato davanti al Consiglio superiore della Magistratura, i due ufficiali mettendo insieme due storie che nessuno voleva leggere insieme: l’inchiesta Cpl Concordia e Consip.

Nessuno è in grado di correre il rischio di essere chiamato a pagare per intero il prezzo dell’infernale partita che si è giocata su Consip. E di cui, per dirne una, si è già avuta un’evidenza. Dopo le dimissioni di Matteo Renzi a seguito della sconfitta referendaria, si immagina per Luca Lotti l’incarico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Intelligence, casella lasciata libera da Marco Minniti destinato al ministero dell’Interno. Ebbene, Lotti, su quella poltrona non siederà mai. Il 12 dicembre 2016 giura da ministro dello Sport, perché qualcuno o qualche informazione, evidentemente, hanno sconsigliato di scegliere quale terminale politico dei Servizi un uomo che sta per essere fulminato da un’inchiesta di cui, sulla carta, nessuno dovrebbe ancora sapere. E che avrà la sua discovery sulle pagine del Fatto quotidiano solo di lì a una decina di giorni, tra il 21 e il 23 dicembre.

Paga dunque Ultimo il conto. Per una partita più grande di lui che, forse, ha pensato di poter controllare ma di cui non è mai stato davvero il king maker. Il 19 luglio viene restituito all’Arma e destinato alla Forestale con incarico “non operativo”. I suoi uomini – Aspide, Veleno, Apache e tutti gli altri – vengono dispersi in piccoli comandi di stazione, dalle Alpi e la Sicilia. Dietro a una scrivania.

E dunque e di nuovo: è stato un complotto? No. Non lo è stato. Su Consip si sono giocate tre partite per un triplo gioco, facendo sponda sul destino politico di Matteo Renzi. Una partita nell’Arma, una nei Servizi e una nel Governo. Nell’Arma, Scafarto e Ultimo hanno saldato i loro conti con il vertice del Comando generale. Alti ufficiali di quel Comando hanno intravisto un’occasione nei segreti politici dell’indagine. Una partita nei Servizi, dove Ultimo ha mantenuto una “doppia fedeltà”. Agli uomini del Reparto che aveva costruito a sua immagine e somiglianza: il Noe. E al vertice tecnico e politico dell’Intelligence. Una partita nel Governo, che ha condizionato nomine chiave e aperto un solco di diffidenze reciproche dentro il Pd, dove per molto tempo Marco Minniti e Luca Lotti si sono contesi l’attenzione di Renzi sulle questioni riguardanti la sicurezza nazionale. Un garbuglio non ancora sciolto che, c’è da scommetterci, tornerà a far capolino in campagna elettorale.

[di Carlo Bonini e Giuliano Foschini, tratto da Repubblica del 26 e 27 settembre 2017, nella foto Scafarto]

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...